Quel suono di campane contro gli spiriti del male

Nelle “Notti dell’Archeologia” ad Aulla la conferenza della prof.ssa Caterina Rapetti sulle fusioni di abili artigiani medievali

Il campanile a vela della chiesa di San Cristoforo di Gordana

“Ne mentes ledant fantasmata cuncta recedant” si legge sulle due campane del 1303 che ancora scandiscono la vita della piccola comunità di San Cristoforo, pochi chilometri a sud ovest del centro di Pontremoli, lungo il corso del torrente Gordana.
È partita da questa invocazione contro gli spiriti del male che il suono delle campane possano tenere a distanza (traducibile letteralmente “per non ferire le menti, i fantasmi si allontanino”) la conferenza della prof.ssa Caterina Rapetti la sera di domenica 13 luglio nelle “Notti dell’Archeologia” in San Caprasio ad Aulla.
Un tema troppo spesso trascurato quello del grande patrimonio rappresentato dalle decine e decine di “bronzi” presenti sui tanti campanili del nostro territorio, ma che, al contrario, a cavallo fra Otto e Novecento aveva attirato l’attenzione di storici e studiosi importanti. Ripartendo da quei pochi saggi dei decenni passati e dalle rare pubblicazioni più recenti, la relatrice ha condotto i tanti presenti alla conferenza in un affascinante viaggio nello spazio e nel tempo, fra alcuni centri dell’Appennino tosco emiliano alla ricerca di quegli artigiani fonditori dei quali alcune “campane parlanti” ci ricordano il nome ancora oggi a secoli di distanza.

Sul campanile di Navola San Lorenzo la campana fusa nel 1375 da Giovanni da Pontremoli

Come ha ricordato Caterina Rapetti le più antiche campane note esistenti in Lunigiana risalgono agli inizi del Trecento: oltre alle due sul piccolo campanile a vela di San Cristofoto di Gordana, di cui non è noto l’autore, nel centro di Pontremoli esiste quella della chiesa parrocchiale dei Santi Giovanni e Colombano, risalente al 1311.
Questa ci ricorda il suo “creatore”: un Ilario da Parma che alcuni storici hanno ipotizzato possa essere il fonditore anche delle due campane che suonano nella valle del Gordana. Lui o qualche altro artigiano parmense attivo anche in questo versante dell’Appennino.
Anche sulla campana pontremolese Ilario scrisse una invocazione in latino contro gli spiriti del male che è stata interpretata nell’espressione “Il maligno fugga al suono di queste voci”. Scrittori del passato hanno tramandato notizie di campane più antiche, sempre fuse da artigiani parmensi: è il caso del cronista Bernardino Campi, vissuto tra Sei e Settecento, che ricorda la presenza a Saliceto, sul campanile della Pieve, di una campana realizzata da tale Giovanni da Parma nel 1277 andata perduta in un’epoca imprecisata come quelle, ancora opera di Ilario, un tempo esistenti sul campanile della chiesa di Gravagna (1350) e su quello di Pastina di Bagnone (1304).

Particolare della campana del 1355 conservata nel Museo di Ottone (PC): l’iscrizione la indica come opera del fonditore Giovanni “de Pontremulo”

Facendo riferimento ai fonditori non si può certo trascurare quel Giovanni da Pontremoli al quale si deve la fusione di un gruppo di campane per numerose chiese. Ad Aulla la prof.ssa Rapetti ha ripercorso il viaggio di quell’artigiano ambulante, sempre pronto a portare nelle più diverse comunità la sua abilità, lasciando spesso la propria firma sulle sue creazioni.
Pur lesionata è ancora sul campanile di San Lorenzo a Navola di Guinadi, una campana da lui realizzata nel 1375 (“Iohannes me fecit”); di poco precedente è quella da lui fusa nel 1360 per la chiesa matildica di San Pietro a Costa di Tizzano, in val Parma: nell’iscrizione riproduce un epitaffio riferito alla tomba di Sant’Agata a Catania e che, l’anno successivo alla morte della santa, riportato su uno stendardo issato durante una rovinosa eruzione dell’Etna, avrebbe miracolosamente fermato la lava che minacciava la città.

La chiesa di Costa di Tizzano in val Parma

Tra le altre, è ancora esistente un’alta campana opera di Giovanni da Pontremoli: è quella conservata ad Ottone (PC) nel Museo di Arte Sacra: questa risale al 1355 ed ha un’iscrizione ben chiara sulle origini dell’artigiano pontremolese.
Dunque, ha sottolineato la relatrice nella conferenza di Aulla, si può affermare che nel corso del Trecento erano “attivi in Lunigiana artisti provenienti dalla vicina Parma ma che nel contempo in questa importante arte si sono affermati fonditori locali” che hanno prestato la loro opera anche altrove “in prevalenza nelle località appenniniche perché le città, Parma e Piacenza, aveva già loro fonditori”.
I secoli hanno portato fino a noi anche la figura di “Tomaxinus de Pontremolo” che nel 1359 firma la campana che ancora oggi a Lucca suona, come mezzana, nel concerto di quattro bronzi (tre molto più recenti) presenti sul campanile della chiesa dai Santi Paolino e Donato.
“Tommasino – ha spiegato Caterina Rapetti – doveva essere un bravo fonditore; sappiamo infatti che era autore anche di una precedente, del 1334, ora perduta, nella chiesa di San Michele a Canossa”. “In un’epoca, il Medioevo – ha continuato – in cui gli artisti non firmavano le loro opere, le campane costituiscono un’eccezione, forse a sottolineare la bravura dell’artigiano che riusciva, attraverso un procedimento non semplice, a realizzare oggetti di lunga durata, dal suono potente, anche contro il Maligno”.

Paolo Bissoli