Un corpo umano gettato nel vuoto da un aereo, dopo cinquecento metri di volo raggiunge una “velocità terminale” che si stabilizza sui 190 chilometri all’ora, forse 200 in assenza di vestiti. “Dai 4.000 metri di altezza rimangono ancora poco più di 60 secondi. È l’ultimo minuto della tua vita”.
Sono alcune delle sconvolgenti righe iniziali dell’ultimo libro di Carlo Greppi “Figlia mia. Vita di Franca Jarach, desaparecida” (Laterza, 338 pagine, 19 euro).
Un incipit crudelmente drammatico, da togliere il fiato, che catapulta il lettore nella tragedia dei “voli della morte” con i quali la dittatura al potere in Argentina a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta si “sbarazzava” degli oppositori politici.
Migliaia di giovani, uomini e donne, desaparecidos: rapiti, interrogati, picchiati, torturati, incarcerati; una iniezione di pentothal li stordiva perché non opponessero resistenza mentre venivano caricati su uno degli aerei per essere poi gettati nel vuoto, in genere sull’oceano, dove nell’impatto la superficie dell’acqua si trasforma in una lama affilata.
Carlo Greppi, torinese classe 1982, autorevole esponente dell’ultima generazione di storici italiani (chi l’avesse perso legga “Il buon tedesco”, Laterza 2022), ci consegna un’altra opera di straordinario interesse.
A mezzo secolo di distanza descrive con grande coinvolgimento l’epoca di una generazione che si batteva per i diritti perduti e quella democrazia dileguatasi dopo il colpo di stato del 24 marzo 1976 messo in atto contro la presidente Isabelita Peron dai militari capeggiati dal gen. Jorge Rafael Videla.
Un libro d’inchiesta e di narrazione, di denuncia e di recupero della memoria, che illumina una delle stagioni più buie della storia del secondo Novecento (quella delle dittature sudamericane) e lo fa attraverso la storia di Franca, figlia del triestino Giorgio Jarach e della milanese Vera Vigevani, ebrei costretti a lasciare l’Italia per sfuggire ai provvedimenti previsti dalle leggi razziali fasciste.
Franca Jarach nasce a Buenos Aires alla fine del 1957 e il 26 giugno 1976 è già scomparsa, rapita nel centro della capitale argentina dalle squadre della giunta militare, inghiottita nel buco nero della repressione violenta, tolta di mezzo senza che né i genitori, né gli amici abbiano mai più saputo nulla: desaparecida!
Una sola telefonata a casa, qualche giorno dopo il rapimento, da un luogo imprecisato, sotto lo stretto controllo degli aguzzini. Poche parole, falsamente rassicuranti, poi il silenzio: definitivo. Per sempre, perché quasi certamente, la giovane è stata caricata sul suo volo della morte poco tempo dopo.
Ma la speranza è una tortura che dura decenni; Giorgio è morto nel 1991, la moglie Vera oggi ha superato i 97 anni, la vista se ne è andata, ma lei, una delle fondatrici delle “Madri di Plaza di Mayo”, lotta ancora con gli eredi di quelle straordinarie testimoni, protagoniste della lotta politica pacifista con la loro presenza costante davanti alla Casa Rosada.
Un libro che ha richiesto un lungo lavoro, che mette tutti di fronte alle proprie responsabilità, anche quelle di coloro che non hanno fatto nulla, girando la faccia dall’altra parte per non vedere, alzando il volume della voce per non sentire. In Italia quelli erano gli anni del terremoto in Friuli, delle stragi neofasciste, dell’esordio del terrorismo delle Brigate Rosse…
Erano i mesi della “vergogna” dei Mondiali di calcio in Argentina, straordinario mezzo di propaganda per la dittatura del paese sudamericano, ma anche potente anestetico per tutto il resto del mondo, soprattutto per quell’occidente europeo, compresa l’Italia così indifferente di fronte alle proprie responsabilità nei confronti del Paese più italiano all’estero, l’Argentina appunto.
Si sarebbe saputo qualche anno dopo dei forti legami tra la P2 di Licio Gelli e i vertici militari sudamericani.
Paolo Bissoli



