Cittadinanza e lavoro protagonisti dei referendum dell’8-9 giugno. Le ragioni per non cedere alle sirene dell’astensionismo e per riformare le norme sottoposte al giudizio del corpo elettorale

Domenica 8 giugno e lunedì 9 giugno gli elettori saranno chiamati a dire la loro su cinque referendum abrogativi in tema di lavoro e di acquisizione della cittadinanza italiana. Su queste colonne abbiamo già presentato nelle settimane scorse i cinque quesiti, il tema del quorum e le implicazioni politiche del voto.
In prossimità dell’apertura delle sezioni elettorali crediamo sia opportuno che la nostra testata esprima un’opinione sui temi oggetto di voto, precisando da subito precisare che le indicazioni qui espresse non rappresentano la linea ufficiale della Diocesi o della Chiesa italiana, ma solo un tentativo di interpretare i fatti che investono la società alla luce del magistero sociale della Chiesa, ed esprimono valutazioni che non hanno la pretesa di essere indiscutibili, ma solo di essere spunti di riflessione per una comunità cristiana e una società civile che vivono il pluralismo delle idee come elemento di forza e di arricchimento. Fatta questa premessa, riteniamo importante andare a votare.

Il voto è un dovere civico, reso ancora più stringente dalla crisi della democrazia a cui stiamo assistendo in questi anni. Non è astenendosi dal voto e autolimitando la propria partecipazione all’apposizione di “like” sui social network che le cose possono migliorare.
In un mondo in preda ad una deriva tecnocratica e in cui fondi di investimento con dimensioni finanziarie superiori al Pil degli Stati più ricchi e i proprietari delle grandi piattaforme tecnologiche influenzano in modo decisivo le scelte di parlamenti e governi, gli strumenti partecipativi diventano essenziali per evitare quelle tendenze autoritarie che per molti appaiono attraenti ma che, alla prova dei fatti, si dimostrano foriere di ingiustizia e maggiori disuguaglianze.
Se il voto è importante quando si misura il consenso su piattaforme politiche generali, ancor di più lo è quando si delibera su materie specifiche e di primaria importanza come la cittadinanza e il lavoro.
Votare sì alla parziale abrogazione della legge sulla cittadinanza del 1992, al fine dimezzare i tempi di soggiorno necessari per potere ottenere lo status di italiano significa allineare i tempi di residenza (attualmente 10 anni per i cittadini extra UE) a quelli di paesi come Francia, Germania, Portogallo, Paesi Bassi e Svezia, non certo stati estranei a pressioni migratorie.

Ma al di là dei confronti internazionali, negare percorsi di naturalizzazione più veloci a persone che pur senza la cittadinanza vivono immerse nel quotidiano del Paese, godendo già adesso di tutti i diritti più importanti, ottemperando ai doveri richiesti, e soggiacendo alle sanzioni previste per l’eventuale violazione delle norme giuridiche, risponde solo a logiche ideologiche, tese a mantenere una parte della società, quella più fragile, in una ingiusta condizione di subalternità e ricatto.
I quattro quesiti sul lavoro presentano un livello di complessità giuridica superiore a quello sulla cittadinanza.
Una sintesi non esaustiva porta a dire che l’elettore si dovrà pronunciare: 1) sullo ristabilire la possibilità di reintegro del lavoratore il cui licenziamento è stato giudicato illegittimo da un Tribunale del Lavoro, nel caso di imprese con più di 15 dipendenti; 2) sul lasciare al giudice del lavoro maggior discrezionalità nel determinare l’indennità da versare al lavoratore ingiustamente licenziato nelle imprese con meno di 15 dipendenti; 3) sul limitare la proliferazione e il rinnovo di contratti a termine solo ai casi in cui questi sono giustificati da una ragionevole motivazione; 4) sull’investire delle responsabilità inerenti la sicurezza sul lavoro non solo le imprese subappaltatrici ma anche i committenti.

È pacifico che una vittoria dei Sì non ripristinerebbe le tutele dell’originario Statuto dei lavoratori del 1970 ma solo quelle in vigore nel 2012, ma in un Paese in cui il lavoro, sia dal punto di vista politico che contrattuale, ha subito negli ultimi 30 anni una svalutazione senza pari in Europa – le statistiche sui salari reali più bassi d’Europa sono note – senza che ciò abbia spinto l’asfittica crescita economica del Paese, i quattro quesiti assumono un significato che va oltre il perimetro delle norme sottoposte a referendum: quello di riconferire valore e rimettere al centro del dibattito pubblico il lavoro.
29Un lavoro non più inteso come un asettico fattore della produzione da impiegare e dismettere per massimizzare profitti e quotazioni azionarie, ma come fondamento della Repubblica e come strumento di realizzazione della persona e della sua dignità.
Davide Tondani



