Cinque anni fa iniziava il lockdown per arginare l’epidemia di Covid-19
Era la sera del 9 marzo di cinque anni fa quando il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con una conferenza stampa praticamente a reti unificate, annunciò il lockdown per contrastare la pandemia di Covid-19.
L’epidemia era già cominciata con le polmoniti anomale registrate in Val Seriana in gennaio, il primo tampone positivo fu processato a Codogno il 20 febbraio e da lì fu un allargarsi a macchia d’olio del virus fino alla drammatica scelta della chiusura dell’Italia intera.
“Andrà tutto bene” fu lo slogan di quei giorni di iniziale smarrimento, scanditi dalle centinaia di morti annunciate ogni sera dalla Protezione Civile.
È andato davvero tutto bene come auspicato in quelle settimane? A distanza di cinque anni si può guardare a quella tragedia con mente più lucida e provare a fare un bilancio.
La pandemia fece emergere i problemi della sanità italiana. A partire dall’assenza di un piano pandemico aggiornato e di una sanità territoriale all’altezza.
La Lombardia era ritenuta fino ad allora un modello: in quelle settimane però i medici di famiglia morirono numerosi, poi furono congedati. Ai malati rimasero solo ambulanze e pronto soccorso che si trasformavano in nuovi focolai. I più gravi finivano in reparti di terapia intensiva dove mancavano sia gli infermieri che i ventilatori.
Furono i vaccini a riportare la situazione sotto controllo, nonostante ci sia stato chi, per lucrare voti ha soffiato sulle pur comprensibili paure della popolazione.
La promessa di nuovi investimenti in sanità si è infranta contro la realtà di un definanziamento in termini reali del sistema sanitario nazionale, che oggi impiega meno del fatidico 7% del Pil, soglia minima definita dall’Oms per garantire prestazioni sanitarie di qualità in una collettività.
Dei venti miliardi del Pnrr destinati alla salute, con la costruzione di una rete di case e ospedali «di comunità» in grado di alleggerire le strutture principali dai malati che si possono curare altrove, siamo allo stesso punto di prima.
Di case di comunità ne sono state realizzate solo una cinquantina su un migliaio previsto e alla scadenza del prestito europeo manca un anno. E prosegue la carenza di medici e infermieri che dovrebbero operare in quelle strutture.
Ma è il mondo intero che sembra non aver appreso la lezione della pandemia. L’Oms è uscita a pezzi dalla crisi Covid. Il trattato internazionale contro le pandemie è su un binario morto.

L’uscita degli Usa affida definitivamente l’organizzazione all’influenza di quella Cina che il Covid tenne nascosto per mesi.
Il rischio concreto è che le prossime crisi sanitarie globali saranno affrontate dai governi in ordine sparso. Perché nuove pandemie potrebbero ripresentarsi, smentendo la teoria del Covid come eccezione della storia.
Al contrario, il virus è stato il sintomo di una crisi ambientale più vasta e ormai documentata: è un modello di sviluppo suicida a sottrarre terra alle foreste e a mettere a stretto contatto insediamenti umani, allevamenti intensivi e fauna selvatica.
Quel modello insostenibile Papa Francesco lo denunciò nella sua preghiera in una Piazza san Pietro deserta, la sera del 27 marzo, ma le sue parole sono state dimenticate, come la sua enciclica Laudato Si’ sull’emergenza ambientale.
La coincidenza tra emergenza climatica e crisi sanitaria non è casuale, ed entrambe cercano di essere dimenticate. “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla” disse proprio il Papa nel corso di quelle settimane.
A distanza di cinque anni si può dire che è andata proprio così.
(Davide Tondani)



