Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo

Domenica 10 marzo. IV di Quaresima
(2Cro 36,14-16.19-23; Ef 2,4-10; Gv 3,14-21)

Il secondo testo che ci aiuta a riflettere sul valore salvifico della passione è il dialogo di Gesù con Nicodèmo. Questo brano, anch’esso preso dal quarto vangelo, ci descrive la pedagogia di Gesù che con pazienza porta l’interlocutore alla fede.
Non risulta che Nicodemo sia entrato nel gruppo dei discepoli, ma al momento della sepoltura di Gesù “vi andò anche lui e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe” (Gv 19,39).
1. Come Mosè innalzò il serpente. Il riferimento all’episodio del serpente nel deserto è una delle tante dimostrazioni di come il Primo Testamento trovi piena comprensione nella vita e nella missione di Gesù.
Quello che in precedenza era figura, in Gesù diventa realtà. È Gesù che deve essere innalzato sulla croce, è Gesù che attira lo sguardo di tutti, è Gesù il vero mezzo di salvezza per coloro che si rivolgono a Lui; il serpente innalzato nel deserto era solo una brutta copia, una immagine che si comprende con quello che si è realizzato nella morte di Gesù.
2. Così il Figlio dell’uomo. Gesù innalzato sulla croce compie il suo gesto sacerdotale più sublime. Dopo essersi donato agli uomini nel segno del pane e del calice durante la cena, Gesù allarga le braccia e si offre al Padre facendo sacrificio della sua volontà e portando con sé la nostra natura umana, fatta di grandezze e di miserie, compresi i nostri peccati.
(Detto per inciso, celebrare la Messa significa rendere attuale l’offerta che Gesù ha fatto di se stesso ai fratelli e al Padre; non è una riunione di condominio).
Donandosi ai fratelli e offrendosi al Padre, Gesù diventa il vero pontefice, colui che costruisce il ponte affinché gli uomini possano incontrarsi con Dio. L’accettazione volontaria della morte da parte di Gesù è una offerta personale perfetta che prende l’uomo tutto intero e lo sottomette completamente alla volontà di Dio.
Questa offerta rinnova l’uomo e lo stabilisce nell’intimità con Dio: “Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la sua morte. Poi rivestì noi della sua condizione” (Lettera di S. Atanasio a Epitt., 6).
3. Chi crede in lui ha la vita eterna. La strada per entrare in comunione con Dio e possedere la vita eterna non è l’osservanza di una legge, ma la fiducia nella mediazione sacerdotale di Gesù che con il suo sacrificio ci introduce all’incontro con il Padre.
Papa Francesco parla spesso di pelagianesimo, cioè della convinzione che con i nostri progetti e con le buone opere possiamo rimediare a tutto, dal trovare nuove vocazioni all’avvicinare i lontani.
Il nostro contributo è richiesto e necessario per la venuta del Regno, ma diventa valido quando è conseguenza della fede, che resta il primo atteggiamento del cristiano. Solo lo sguardo rivolto al crocifisso qualifica il nostro impegno nel mondo; è la fede nella mediazione sacerdotale di Gesù che trasforma l’esistenza del credente.

† Alberto