In Lunigiana il lupo è tornato ad essere una presenza radicata

A Villafranca un incontro culturale che induce serie riflessioni sul nostro presente nel territorio

Esemplare di lupo europeo in cattività (da Wikipedia)

Il lupo? “Se ti vede per primo ti può togliere la voce…”; un detto antico, una credenza popolare recuperata dalla tradizione orale dell’Appennino emiliano che domenica pomeriggio è riecheggiata a Villafranca, nel Salone Voltato del Museo Etnografico dove l’associazione culturale “Manfredo Giuliani” ha proposto l’incontro “Storie di uomini e di lupi fra verità e leggenda”.
Tanti i presenti, a testimonianza dell’interesse di un argomento che suscita un’attenzione crescente in un territorio, la Lunigiana, dove si pensava che il lupo fosse scomparso per sempre e dove invece è tornato numeroso, tra esemplari “wild” e ibridi. Non a caso il dott. Paolo Bongi, biologo lunigianese, ha intitolato il proprio intervento “Il lupo in Lunigiana: un vicino (in)atteso”, dove le parentesi stanno ad indicare quanto si siano sbagliati tutti coloro che pensavano che questo ospite, per secoli abituale abitante del nostro Appennino, fosse solo una presenza del passato da dimenticare.
Un’idea talmente diffusa da aver organizzato una società che in pochi decenni ha imposto una visione che vede l’uomo al centro di un ambiente naturale dove tutto il resto conta ben poco, come ha sottolineato l’altro relatore, quel Mario Ferraguti che all’ospite (in)atteso ha dedicato di recente il libro “L’autunno in cui tornarono i lupi”.
Due contributi molto diversi, ma entrambi fondati su dati incontrovertibili: quelli basati sulle analisi più prettamente scientifiche di Bongi e quelli di Ferraguti ricavati da lunghe ricerche fra le tradizioni popolari. E che convergono su un fatto che prima accetteremo, meglio sarà: il lupo, in Lunigiana, è tornato e ha tutte le intenzioni di restarci! Il biologo ha spiegato, infatti, come l’animale sia tornato ad essere di nuovo radicato, dunque una presenza non occasionale ma permanente. E soprattutto in crescita, sia per numero (nel 2015 ne sono stati censiti 8 branchi nel territorio della provincia apuana, quasi tutti in Lunigiana) e per aree frequentate. Sul numero c’è l’ipotesi che possano essere anche una quarantina (4,7 la media degli esemplari stimati per ciascun branco), mentre sul territorio è stato verificato che ormai non abitano più solo la parte più alta dell’Appennino ma hanno iniziato a popolare anche il fondovalle, come dimostrerebbero gli avvistamenti nelle vicinanze di Aulla e di Virgoletta.

Lupo appenninico (foto dal sito internet del Parco Nazionale della Majella)

Una realtà creata dagli spostamenti dei lupi arrivati dal sud Italia dopo una migrazione durata molti anni e dalla formazione di sempre nuovi gruppi per il fenomeno degli esemplari che abbandonano il branco dominato da maschio e femmina “alfa” per crearne uno proprio dove essere leader. Dove? Nelle aree libere e che vengono trovate anche nei fondovalle dove l’abbandono delle campagne e il proliferare incontrollato del bosco crea un habitat ideale per questo predatore; se poi l’uomo dissemina il territorio dei propri rifiuti commestibili, la colonizzazione si fa ancora più facile.
Bongi ha anche voluto sfatare la leggenda dei fantomatici “lanci di lupi” che sarebbero stati effettuati per ripopolare il territorio: “in Italia non ci sono mai stati rilasci di lupi” se non in caso di esemplari feriti prelevati per essere curati e poi reimmessi nella stessa zona. Dunque nessun “trasloco” di animali messo in atto non si sa bene da chi, come ha voluto sottolineare il biologo. Una presenza, quella del lupo, che pone oggettivamente una lunga serie di interrogativi e molte incertezze su un futuro che sembra già essere presente almeno per alcuni aspetti.
Per decenni abbiamo ritenuto che la presenza di questo predatore “opportunista” fosse solo un ricordo, imprimendo alle attività umane un’evoluzione che oggi cozza contro una realtà che, ad esempio, impone di tornare a “custodire” il bestiame o di adottare qualche precauzione nelle attività escursionistiche.
Dunque bisogna preoccuparsi e avere paura del lupo? Ferraguti ritiene che si debba recuperare una cultura tipica del passato, che faceva sì che l’uomo potesse convivere con quelle che oggi spesso siamo portati a definire elementi “ostili”, siano essi forze della natura o animali. “Il ritorno del lupo – ha spiegato – mette in crisi la nostra visione antropocentrica”, diventa il simbolo di quanto noi si possa essere in grado di convivere con questo ambiente “nuovo” per il nostro tempo.
Ma lo scrittore che vive sulle colline di Parma non parla di “paura”, bensì di “rispetto”: gli allevatori nei decenni hanno perso la cultura della presenza del lupo pensando: “è scomparso, non tornerà mai” e invece… Tuttavia “non si deve giocare con la paura perché questa può diventare terrore e portare alla violenza” ha continuato Ferraguti accusando esplicitamente coloro che, anche dalle colonne dei giornali, scelgono titoli a sensazione o narrazioni estremistiche ogni volta che il lupo diventa protagonista delle cronache.
Una realtà con la quale ci troviamo a fare i conti e che pone problemi di non facile soluzione che hanno suscitato più di una silenziosa riflessione tra i presenti al pomeriggio villafranchese che si è chiuso in modo più lieve con la leggenda pontremolese del lupo mannaro, portata all’attenzione dei presenti da Andrea Baldini. Nella sua ben nota poesia, Luigi Poletti contro la paura del “lupo mannaio” indicava una via d’uscita quei tre scalini che era sufficiente salire per salvarsi da quell’essere “mezzo uomo e mezzo cane”!

Paolo Bissoli

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