Tra la metà degli anni 60 e 70 l’esperienza frutto dell’intuizione di don Lorenzo Milani

Sia pure non strettamente legate all’istituzione della Scuola Media Unificata, quelle che furono conosciute come scuole popolari nacque, in ogni modo, negli anni immediatamente successivi e andò avanti per una decina di anni, più o meno a partire dalla metà degli anni 60. Fu il libro che, in seguito, sarà definito il “testamento culturale” di don Lorenzo Milani – Lettera a una professoressa, pubblicato nel 1967 – a portare l’attenzione degli ambienti progressisti sull’esperienza della scuola di Barbiana, portata avanti dal priore dell’omonima parrocchia dalla fine del 1954 fino al 1967, anno della sua morte.
Nata per togliere i giovani di quella comunità da una condizione disagio scolastico che affliggeva i giovani montanari nei confronti dei coetanei di città, la scuola di don Milani – nonostante l’evidente impossibilità di essere riproposta con altri protagonisti ed in altri contesti – suscitò un movimento che, appunto, sfociò nella realizzazione di scuole popolari in varie parti del Paese. Alla base la stessa spietata critica ai metodi di insegnamento usati nella scuola pubblica, accusata di non tener conto dei diversi contesti sociali di provenienza degli alunni.
Fece molto parlare di sé, tra le altre, l’esperienza della Scuola 725, avviata da don Roberto Sardelli nel borgo dell’Acquedotto Felice, allora sperso nella periferia di Roma. Giunto nel 1968 nella parrocchia di S. Policarpo, don Roberto, che aveva conosciuto don Milani a Barbiana negli anni del seminario, si rese conto della situazione di degrado in cui vivevano le famiglie di quel borghetto e prese la decisione di partire dal basso, dai più giovani, aprendo una scuola che presentava situazioni e scopi affini a quella del sacerdote fiorentino.

Nel 1971, il libro “Non tacere”, un libro di testo speciale, realizzato dai ragazzi della scuola che avevano riscontrato l’inefficacia dei testi scolastici tradizionali, ebbe un po’ lo stesso impatto del “testamento” di don Milani e diede visibilità all’esperienza romana. Una volta avuta la conferma che nemmeno la riforma della Scuola Media del 1962 avrebbe potuto colmare le distanze tra gli alunni provenienti da diverse classi sociali, né accogliere tutti quelli che ne erano rimasti fuori negli anni precedenti, soprattutto negli ambienti progressisti cominciò a farsi strada l’idea di “portare la scuola alla gente”, a quanti erano in uno stato di semi analfabetismo o, addirittura di analfabetismo tout court. Non solo: molti erano quelli che erano anche privi di licenza elementare. All’inizio – verso la fine degli anni 60 – le scuole popolari nacquero da iniziative spontanee, sostenute da volontari provenienti dal mondo cattolico e dai movimenti della sinistra. Gli “alunni” non sono più ragazzi come quelli di Barbiana e di Roma; ad iscriversi a quelle scuole sono adulti, attratti dalla possibilità di uscire da uno stato di ignoranza che li escludeva da ogni possibilità di avanzamento nel mondo del lavoro e quindi nella scala sociale. Le caratteristiche sono molto simili, sia pure in contesti diversi: scuole serali, quindi rivolte ai lavoratori; programmi pensati a partire dalla vita concreta. Si lotta per avere esami di quinta elementare e di terza media tenuti da commissioni speciali. Il percorso, iniziato in modo non coordinato, avrà un riconoscimento da parte dello Stato alla metà degli anni 70; questo, almeno in partenza, per iniziativa dei sindacati metalmeccanici, che ottennero la costituzione, nelle scuole medie statali, di quelli che vennero definiti i corsi della 150 ore, in seguito estesi anche alle casalinghe e ai disoccupati.
(a.r.)



