In ricordo delle vittime di terrorismo

Ogni anno, dal 2007, il 9 maggio, giorno dell’uccisione, nel 1978, di Aldo Moro, lo Stato celebra la Giornata in memoria delle vittime del terrorismo e chiama i famigliari delle stesse a portare la loro testimonianza. Un modo per non far cadere nell’oblio il sacrifico di tanti politici, funzionari, giornalisti, esponenti delle forze dell’ordine colpevoli solo di contrastare un disegno che aveva per mira (in modo palese od occulto) la distruzione della democrazia in Italia.
Quest’anno due sono stati i momenti di maggiore impatto che hanno segnato la cerimonia che si è svolta alla Camera dei Deputati. Oltre ai discorsi istituzionali e agli interventi di Luigina Dongiovanni, nipote di Franco, carabiniere deceduto nella strage di Peteano, e Maria Cristina Ammaturo, figlia del Vice Questore Antonio, sono state le testimonianze di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi, assassinato da esponenti di Lotta continua, e di Marina Orlandi, vedova del giuslavorista Marco Biagi, ucciso dalle Nuove Brigate Rosse a Bologna il 19 marzo 2002, a creare maggiore tensione emotiva.
Mario Calabresi, oggi giornalista affermato, come già altre volte, ha ricordato “il silenzio e l’imbarazzo che hanno circondato per anni i familiari delle vittime”, anni in cui “negli anniversari in tv e sui giornali a spiegarci cosa era successo erano gli assassini”. Ha riconosciuto ai presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella il merito di aver dato segnali forti che hanno indotto “l’opinione pubblica a ricordare” e ad acquisire la consapevolezza che “quegli omicidi non fossero giustificabili”. Ha quindi espresso la soddisfazione di aver potuto vedere suo padre restituito alla memoria come una persona che “amava il suo lavoro e restò fedele ai suoi principi e ai suoi valori”. L’ultimo appello è stato perché coloro che “da mezzo secolo si sono rifugiati nel silenzio e nell’omertà” possano trovare “il coraggio della verità”: per “chiudere una stagione”. Altrettanto forte la denuncia di Marina Orlandi, vedova di Marco Biagi. Leggendo il suo discorso, ha ricordato suo marito come “un servitore Stato e non di una parte politica”. Poi ha sottolineato che “proprio nel momento in cui si sentiva più in pericolo e temeva per la vita” gli fu tolta la scorta. “La risposta di chi stava ai vertici delle istituzioni e che avrebbe dovuto proteggerlo fu che non esisteva il pericolo delle Brigate rosse”. Quindi, con un fuori programma che ha commosso tutti i presenti, ha affermato: “Questo è imperdonabile, non lo avevo scritto nel discorso, ma è imperdonabile”.
Storie di assurde leggerezze (nella migliore delle ipotesi), di colpevoli incapacità o di subdole trame eversive, che hanno esposto decine di persone ad esecuzioni che, davvero, non dovrebbero mai essere messe in secondo piano nella nostra breve storia repubblicana.

Antonio Ricci

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