Se il lavoro diventa una prigione non funziona
Quale il rapporto degli italiani con il lavoro dopo un biennio di pandemia? Quali esigenze, giudizi, desideri sono maturati in un periodo segnato da trasformazioni profonde e repentine del modo di lavorare? E, poi, di cosa concretamente hanno bisogno lavoratori e aziende nella annunciata transizione ad una normalità che, allentata l’emergenza sanitaria, non sembra voler tornare, vista la crisi internazionale alle porte di casa? E quale il ruolo e il valore del welfare aziendale in relazione all’evoluzione del rapporto soggettivo con il lavoro? Sono gli interrogativi al centro del 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul futuro prossimo del welfare aziendale.
Negli USA già si parla di Great Resignation, inteso come un fenomeno di dimissioni volontarie di massa di lavoratori in cerca di impieghi nuovi, più remunerativi o più stimolanti. Dal Rapporto emerge che nel nostro Paese c’è una parte dei lavoratori e delle lavoratrici che non si pongono affatto la domanda su fino a che punto si possano sacrificare le proprie aspirazioni al lavoro. Sono quelli che hanno trovato un lavoro che corrisponde alla loro vocazione. Per loro il tema diventa come si possa trovare un equilibrio tra un lavoro nel quale ci si sente realizzati e il resto della vita. Ma per tutti gli altri, e sono tanti, il tema principale resta: “fino a che punto”?
Nel 5° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale appaiono alcune indicazioni sulla soddisfazione nel lavoro che dovrebbero riguardare tutti. Secondo la ricerca l’82,3% dei lavoratori dichiara di essere insoddisfatto della propria occupazione e ritiene di meritare di più, ma il 56,2% non si dimette perché è convinto di non riuscire a trovare un impiego migliore. Ci sono due elementi cardine: la retribuzione economica e la gestione del tempo. Gran parte degli intervistati ha affermato che non è pagato in modo adeguato; inoltre, per quasi il 40% l’attuale tempo della pandemia ha sconvolto e ampliato i ritmi del lavoro, andando a invadere gli altri ambiti di vita. L’ampliamento dell’uso del digitale, oltre a cambiare le modalità operative, ha introdotto difficoltà di tipo diverso: dalla qualità della connessione alla gestione degli spazi in casa per lavorare da remoto, dalla partecipazione agli incontri online alla ricezione della posta elettronica.
Secondo i ricercatori, si sta radicando un senso di estraneazione dal lavoro. Si sopporta quello che si ha per paura di non trovare altro, però ci si sente non coinvolti nella mission aziendale o non valorizzati. Il rischio è evidente: il lavoro visto come una prigione, non funziona. Così, anche in Italia, c’è la conferma della crescita delle dimissioni volontarie: nel 2021 se ne sono registrate oltre 1 milione e 360mila. Specialmente tra i giovani inizia a diffondersi la volontà di trovare un lavoro che risponda alle proprie aspettative, che richieda sacrifici, certo, ma che abbia una finalità creativa, che promuova le proprie abilità e arricchisca la propria professionalità.              
(A.C. – Agensir)