Al 12% degli occupati lo stipendio non basta per vivere dignitosamente

Lavoratori poveri. L’Italia quarto paese in Europa per numero di occupati al di sotto della soglia di povertà

Quasi 12 lavoratori italiani su 100, nonostante siano occupati, versano in condizioni di povertà. E un quarto degli occupati percepisce un salario basso. È quanto emerge dalla relazione del Gruppo di lavoro sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia, presentata il 18 gennaio dal Ministro del lavoro Orlando.
I dati utilizzati sono riferiti al 2019 e non incorporano quindi gli effetti sul mercato del lavoro operati dall’esplosione del Covid che, secondo i ricercatori “ha presumibilmente esacerbato il fenomeno, esponendo a più alti rischi di disoccupazione chi aveva contratti atipici e riducendo il reddito disponibile di chi ha avuto accesso agli ammortizzatori”.

Il ministro Orlando e l’economista Andrea Garnero alla presentazione della relazione

L’area del lavoro povero, secondo le statistiche europee, comprende i lavoratori occupati per almeno 7 mesi all’anno che vivono in un nucleo familiare con un reddito equivalente disponibile inferiore alla soglia di povertà. Ricadono in quest’area l’11,8% dei lavoratori italiani, una percentuale che colloca il nostro Paese al quarto posto nell’Unione Europea per lavoro povero, dopo Romania, Spagna e Lussemburgo. Il dato peggiora ancora di più se si analizzano le retribuzioni dei lavoratori indipendentemente dal reddito complessivo della famiglia: il 25% dei lavoratori percepisce una retribuzione inferiore al 60% della mediana dei redditi, che in genere è adottata come linea di povertà.
Dati analogamente drammatici riguardano il lavoro part-time, che nel 22% dei casi offre retribuzioni al di sotto della linea di povertà: e non parliamo solo di part-time volontario, magari agevolato da altre fonti di reddito all’interno della famiglia, ma del molto più diffuso part time involontario, quello cioè offerto al lavoratore dal datore di lavoro.
Tre fattori sono indicati dalla commissione ministeriale che ha redatto il rapporto come responsabili della situazione. Il primo riguarda la stagnazione delle retribuzioni.
L’Italia è l’unico paese dell’area OCSE – ossia l’area dei paesi maggiormente sviluppati – in cui i salari reali nell’ultimo trentennio sono diminuiti, una situazione determinata da fattori politici e macroeconomici, ma anche dalla “svalutazione del lavoro” adottata dal mondo produttivo italiano in risposta alle sfide della globalizzazione. Mentre altrove si sono moltiplicati gli investimenti pubblici e privati in formazione del capitale umano e ricerca tecnologica, in Italia si è rincorsa una compressione del costo del lavoro perseguita agendo sia a livello economico che giuridico.

L’Italia è l’unico paese dell’area dei paesi più sviluppati in cui i salari reali nell’ultimo trentennio sono diminuiti.
Servono garanzia di un salario minimo, retribuzioni adeguate, più controlli e introduzione di prestazioni di sostegno al reddito

Proprio quest’ultimo aspetto costituisce il secondo fattore che ha determinato l’aumento della precarietà e, di conseguenza, dei lavoratori poveri: “a trascinare verso la povertà è soprattutto la scarsa intensità lavorativa, fra formule di part time involontario e rapporti discontinui” spiega Andrea Garnero, l’economista a capo della commissione ministeriale, che ha indicato l’aumento dell’instabilità del lavoro come conseguenza “della debolezza della struttura economica italiana (e quindi la crescita di ‘lavoretti’ a basso valore aggiunto) ma anche da cambiamenti strutturali, come un aumento del peso dei servizi. Più che nella manifattura, infatti, nei servizi i lavori possono essere spezzettati in brevi fasce orarie, in alcuni casi assegnando alcune attività a società esterne per il minimo di ore possibili”.

Il terzo fattore è quello delle politiche pubbliche che, secondo gli estensori del rapporto, non hanno dato risposte efficaci al problema. La bocciatura riguarda sia le misure “indirette”, come gli incentivi all’occupazione nel Mezzogiorno o a quella femminile, sia i sostegni diretti, come gli “80 euro”, un intervento giudicato non positivamente per essere basato “sul salario individuale, indipendentemente dal reddito familiare” e – prosegue la relazione – non per non essere corrisposto a “chi ha un reddito talmente basso da risultare incapiente a fini fiscali”. Bocciati pure gli sgravi fiscali sui salari pagati dalle imprese come premio di produttività, visto che vanno a vantaggio delle aziende già più “generose” nelle retribuzioni.
La situazione, secondo la commissione ministeriale, deve essere affrontata adottando quattro piste di intervento: la garanzia di un salario minimo, da raggiungere con la sua istituzione per legge o l’estensione dei contratti collettivi; il rafforzamento dei controlli, per sorvegliare il rispetto dei vincoli minimi fissati; l’introduzione di prestazioni di sostegno al reddito anche per gli occupati, come nel resto d’Europa; incentivi alla imprese a pagare salari adeguati e aumento della consapevolezza fra i lavoratori.
Alcune di queste misure costituiscono pezzi consistenti di quelle riforme del mercato del lavoro di cui si parla fin dai tempi del Libro Bianco di Marco Biagi, oltre vent’anni fa. La loro mancata realizzazione chiama in causa la politica e la fiducia che questa – da destra a sinistra – ha posto sulla capacità del mercato di autoregolarsi e di offrire i risultati migliori: una fiducia basata su assunti sbagliati, a maggior ragione quando si parla non di un mercato qualsiasi, ma di un’istituzione sociale quale è il mercato del lavoro.

Davide Tondani

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