La pace nel mondo resta un miraggio

Foto Marco Calvarese

Che l’idea di un mondo in pace sia per noi legata solo al fatto che in pace sono i territori in cui viviamo è un dato ormai assodato e i “conflitti dimenticati” continuano a restare tali ancora oggi. È quanto emerge dal Rapporto “Falsi equilibri” presentato nei giorni scorsi a Roma, preparato da Caritas italiana in collaborazione con il quotidiano Avvenire, il settimanale Famiglia Cristiana e il Ministero dell’Istruzione. A fornire materia di riflessione sono soprattutto tre dati: la diffusione delle guerre nel mondo, le possibilità di aiuto alle popolazioni coinvolte, la conoscenza che i giovani italiani hanno del problema.
Dal rapporto emerge, infatti, che nel 2019 le guerre in atto erano 15, salite a 21 nel 2020 e a 22 nel 2021. Da notare che gli ultimi due anni sono quelli segnati duramente dalla pandemia, che a tutto avrebbe dovuto far pensare meno che ad aggiungere morti per guerre ai morti da Covid-19. Questo per i conflitti di un certo livello: se si vanno ad indagare le situazioni di crisi affrontate con le armi si va ben oltre quota 300. A farne le spese sono soprattutto le popolazioni civili, costrette a migrare verso una speranza spesso infranta dalla dura realtà. Il fatto è che le agenzie internazionali e le associazioni riescono a portare una qualche forma di aiuto solo a due terzi delle popolazioni travolte da questi conflitti.
Si è tanto parlato, in questi due anni di pandemia, di aiutare i Paesi più poveri fornendo loro i vaccini necessari per arginare la diffusione dei contagi. Alla luce dei dati sopra riportati, non solo si è fatto poco o niente in materia sanitaria – con vergognosi rimpalli tra governi, enti internazionali e case farmaceutiche – ma ancora di meno in tema di interventi umanitari a tutela del diritto ad una vita decorosa per milioni di persone che hanno la sola colpa di essere nate nel posto sbagliato.
Infine, il ruolo dell’informazione. Nel Rapporto “Falsi equilibri” c’è tutta una parte dedicata ad una indagine tra i giovani delle scuole superiori e di Azione Cattolica circa la conoscenza dei conflitti in atto nel mondo. Detto che la maggior parte delle – scarse – informazioni in possesso degli intervistati provengono dalla tv o da internet, è abbastanza deprimente il fatto che, in pratica, in entrambi i gruppi di intervistati un giovane su due poco o niente sappia dire su questi argomenti. Il rapporto si ferma alle nuove generazioni ma dubitiamo che i risultati cambierebbero in modo sostanziale al mutare delle fasce di età.
Conflitti, povertà, sottosviluppo sono tutti argomenti di cui si fa volentieri a meno di parlare. Ci interessano, piuttosto, i contrasti economici con i nuovi giganti dell’economia che stanno spostando il baricentro della ricchezza su altri scenari. Sperando che tutto questo non porti a conflitti ai quali, quelli sì, non potremmo fare a meno di essere interessati.

Antonio Ricci

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