Dieci anni fa l’ alluvione del 25 ottobre 2011

Lutti e devastazione tra Lunigiana, Val di Vara e Cinque Terre. Le vittime furono 13, gli sfollati 1.200. Su tutto il bacino della Magra si riversarono 367 milioni di metri cubi d’acqua!

Ricorre quest’anno il 10° anniversario della immane alluvione che, nell’ottobre 2011, sconvolse l’aspetto e la vita di borghi, cittadine e piccole frazioni in un territorio compreso fra le Cinque Terre, la Val di Vara e la Lunigiana. Il tributo di vittime dirette e indirette dell’evento, tredici in tutto, fu di una a Monterosso, tre a Vernazza, sette a Borghetto Vara e due ad Aulla.
Gli sfollati sfiorarono le 1200 unità. L’autunno 2011 si era fin lì distinto per una alternanza di frequente bel tempo e brevi, ma intense, perturbazioni. Nonostante i pochi giorni piovosi, infatti, laddove il transito dei sistemi frontali risultò più produttivo – e nel bacino del fiume Magra non persero un colpo fra il 4 settembre e il 20 ottobre – l’apporto idrometeorico era già stato copioso. I giorni che precedettero l’acuto maltempo del 25 furono freddi: sereno con prima brinata il 23, grigio e piovigginoso il 24 con la tramontana ‘scura’ che andò levandosi richiamata dalla perturbazione attesa per il giorno successivo.
Un’azione di blocco da parte di una vasta area anticiclonica, accampata sulla Penisola Balcanica, già bastava a far prevedere una lenta avanzata del sistema frontale sull’Italia. I bollettini di previsione misero in guardia sulla elevata probabilità di fenomeni intensi e prolungati per i motivi appena esposti. La marcata differenza di temperatura tra il mare ancora caldo e le masse d’aria più fredda, già affluite dal continente e stazionanti all’interno, incentivarono ulteriormente i moti convettivi perturbati.
Ne scaturì un sistema temporalesco autorigenerante che subissò di nubifragi una striscia di territorio estesa dal Mar Ligure (al largo di Monterosso e Vernazza) fino all’alta Valle del torrente Parma, attraverso la media Val di Vara e l’alta Lunigiana, passante per Brugnato, Passo dei Casoni, Pontremoli e il crinale tra alta Val di Magra e valle del Caprio.
Al mattino del 25, i rovesci stentavano ad avanzare verso est e la situazione precipitò con l’avvio del temporale, accanitosi sul territorio descritto tra le 11,55 e le 18,25 legali. Epicentro degli scrosci più forti fu il pluviometro installato fra Brugnato e Borghetto Vara, che raccolse l’abnorme quantità di 542 mm nell’intero episodio (di cui 511 in 12 ore!), mentre 468 ne vennero misurati a Calice al Cornoviglio e 376 a Pontremoli (di cui 260 nelle peggiori sei ore e mezza anzidette); diverse le località che furono circoscritte dall’isoieta dei 300 mm, come Pignone, Parana, Rocca Sigillina e Lagdei. In sinistra idrografica, i corsi d’acqua rimasero sotto il livello di guardia, in particolare l’Aulella, il cui bacino venne interessato dalle piogge solo in serata e con minore intensità.
È stato calcolato dall’ARPAL che il 25 ottobre 2011, sul bacino del fiume Magra (1700 kmq circa), si riversarono 367 milioni di metri cubi d’acqua: una quantità spropositata di cui, mentalmente, non è certo agevole farsi un’idea. Il nubifragio alluvionale fu capace di far aumentare il livello del Vara a Piana Battolla di ben 7 metri e quello della Magra a Calamazza, a valle di Aulla, di oltre 8 metri, danneggiando quest’ultimo idrometro preso in pieno dalla furia del gigantesco volume delle acque. Il primato precedente, che risaliva al 15 ottobre 1960, quando il colmo di piena a Calamazza toccò 7,78 metri sullo zero idrometrico (e una portata di 3480 m³/s), fu superato di oltre 1,5 m: in base a valutazioni successive, infatti, il livello raggiunto venne stimato fra 9,35 e 9,40 m s.z.i. in quanto la strumentazione lo registrò fino alle ore 18, poco prima dell’avaria conseguente all’arrivo del colossale colmo.
Almeno per l’impatto che quell’episodio ebbe su Aulla, le ‘fiumane’ più gravi del passato parvero non reggere al confronto, ma ciò a causa della locale espansione urbana degli ultimi decenni: dove, un tempo, il fiume poteva straripare e divagare con irruenza limitandosi a mandare sott’acqua orti e campo sportivo (come ad esempio il 21 ottobre 1952), venne invece a interessare aree edificate con tutto il suo imponente carico di trasporto solido.
Da allora, l’elenco delle alluvioni di casa nostra, di altre regioni, nazionali ed estere, non ha cessato di allungarsi. Sono fenomeni naturali che sono sempre avvenuti e continueranno ad avvenire. Compito dell’uomo è mitigarne gli effetti con avvedute opere di ‘messa in sicurezza’: espressione, quest’ultima, da prendere nella giusta misura, giacché il rischio zero non esiste. In un’atmosfera che va man mano facendosi più calda da decenni, le probabilità di assistere a fenomeni più intensi è in aumento, ma ciò non deve far cadere nell’oblio i diluvi del passato, molti dei quali ignoti ai più, di cui sono piene le antiche cronache di ogni plaga del nostro e di altri Paesi in aggiunta a quegli eventi di cui si è persa memoria per sempre.
Solo pochi giorni fa, ai primi di questo mese, il record italiano di pioggia precipitata in 6 ore, che fu stabilito a Brugnato nel 2011, è stato superato a Rossiglione durante i parossistici nubifragi abbattutisi fra le provincie di Genova, Savona e Alessandria. Hanno tenuto, invece, i primati pluviometrici nazionali di 1, 8, 12 ore e dell’intera giornata. Con gli anni, le stazioni di rilevamento si sono moltiplicate e la disponibilità di dati in tempo reale dai siti più remoti è molto migliorata. Se non altro, a dispetto della gravosità del recente diluvio a cavallo di Liguria e Piemonte, non si sono lamentate disgrazie alle persone; ciò suggerisce che, quanto a gestione di informazioni, allerte e cura della cultura dell’emergenza, forse, si sta imboccando una strada più efficace.

Maurizio Ratti

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