Esposizione del crocifisso. Una laicità “aperta”

L’esposizione del crocifisso non è più un atto dovuto perché la Costituzione non lo annovera tra i simboli identificativi della Repubblica, ma questo non significa automaticamente una sua esclusione dalle aule scolastiche. A stabilire la presenza del maggiore simbolo del cristianesimo nelle aule sarà la comunità scolastica, che potrebbe anche decidere di affiancarlo ai simboli di altre confessioni presenti in classe, ricercando un ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi: questa, in sintesi, la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione sull’ennesima controversia sui crocifissi nelle scuole.
È la parola fine sopra decenni di dispute, spesso pretestuose, sul rapporto tra il simbolo cristiano e la laicità della scuola pubblica?
Probabilmente no: la riabilitazione delle religioni nella sfera pubblica, in quella che il filosofo Jürgen Habermas ha definito società post-secolare, da un lato irrita i fautori di un liberalismo spinto che confina il religioso a fatto privato; dall’altro lato viene strumentalizzata da chi rivendica in modo apologetico una presenza pervasiva del religioso nella vita sociale come se il tempo della Cristianità non fosse oramai tramontato. Logico quindi attendersi che lo scontro tra il laicismo più radicale e il cattolicesimo più intransigente sui simboli religiosi nei luoghi pubblici continui a riprodursi; magari già tra un paio di mesi quando, complici i mass media e la strumentalizzazione politica, la battaglia si sposterà dal crocifisso al presepe e alle recite natalizie. La sentenza del massimo organo giudiziario italiano, tuttavia, ha il pregio di fotografare in modo preciso l’idea di laicità di cui è permeata la Costituzione.
Citando la giurisprudenza della Corte Costituzionale, la Cassazione afferma che il principio di laicità non è “indifferenza dello Stato di fronte all’esperienza religiosa, bensì tutela del pluralismo, a sostegno della massima espansione della libertà di tutti”. “La laicità italiana – prosegue la Cassazione – non nega le peculiarità e le identità di ogni credo e non persegue un obiettivo di tendenziale e progressiva irrilevanza del sentire religioso, destinato a rimanere nell’intimità della coscienza dell’individuo”.
È una laicità “aperta”, quella descritta nella sentenza: aperta “alle diverse identità che si affacciano in una società in cui hanno da convivere fedi, religioni, culture diverse” ma che “non esige la rinuncia alla propria identità storica, culturale e religiosa da parte di soggetti che condividono lo stesso spazio pubblico”.
Certo, quella descritta è una laicità dagli equilibri non facili da trovare, instabili nel tempo e nelle circostanze: ma pur sempre un orizzonte verso cui camminare per non sprofondare nel distruttivo conflitto tra laicismo e integralismo.

Davide Tondani

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