Il posto ultimo delle cose

Domenica 13 giugno – XI del tempo ordinario
(Ez 17,22-24 – 2Cor 5, 6-10 – Mc 4,26-34)

E poi non possiamo più fare niente. Ma proprio niente. Finalmente. Il seme si è ormai staccato dalla mano, la parola dalle labbra, il figlio dal ventre, l’amico dal dialogo, il nostro sogno dal progetto iniziale e noi siamo chiamati fuori, non contiamo più nulla. La vita è andata lontano e noi non possiamo più modificarla: dormiamo? Vegliamo? È uguale, siamo finalmente ininfluenti. Il seme vola via, come racconta il Vangelo, la vita si stacca da noi perché è più grande di noi, noi siamo solo una mano che lancia lontano. Gesto coraggioso, definitivo, liberatorio, umile, folle, taglio continuo di cordoni ombelicali, morte scelta in nome della vita altrui. È durissima. È liberante. È morte e vita insieme.
E se poi le cose non vanno bene? E se il seme non produce i frutti sperati? Non possiamo farci nulla, non dipende più da noi, a noi è concesso solo di guardare da lontano, di sperare, forse, ma sapendo anche che non cambierà nulla il fatto che noi guardiamo o non guardiamo, che ci siamo o non ci siamo: il seme è ormai lanciato. Abbandonato a se stesso. Alla vita che spontaneamente cresce. Possiamo decidere di non lanciare il seme. Così è per la vita che ci muore tra le mani. Se non consegniamo ad abbandono i segni del nostro amore, che siano figli, progetti, comunità parrocchiali, gruppi… noi li soffochiamo. Diventiamo i peggiori omicidi dell’amore, assassini dei nostri semi. Se non abbandoniamo i nostri figli noi li uccidiamo. Siamo noi che quasi sempre uccidiamo i nostri sogni perché non accettiamo che altri lo facciano al nostro posto, o che i sogni stessi ci rinneghino. O non riusciamo a riconoscere che, secondo le logiche del mondo, abbiamo fallito: non abbiamo raccolto i frutti sperati. È più facile uccidere che morire, sempre difficile ammettere la propria fallibilità.
Una cosa però possiamo farla, solo una. È tutto ciò che è in nostro potere. Possiamo provare a creare le condizioni per il frutto. Nessuna sicurezza di risultato, l’autonomia del seme rimane, il mistero della libertà della vita non viene per nulla intaccato (“il seme germoglia e cresce, come egli stesso non lo sa”) però noi possiamo impegnarci, e forse è l’unico impegno che ci viene chiesto, ad aiutare le cose a trovare il loro posto. Una sorta di riordino paziente del Creato, una disciplina delle cose, rimettere le cose al loro posto, il seme nella terra: la vita verrà spontaneamente.

don Alessandro Deho’

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