Un anno senza spettacoli. Per quanto tempo ancora?

Dodici mesi fa gli ultimi eventi. Le perplessità sul presente e le incognite sul futuro

Platea e palchi del Teatro della Rosa a Pontremoli

Pirandello con “Sei personaggi” in cerca di autore era in cartellone al Teatro dei Servi di Massa per il fine settimana del 13-14 marzo, mentre in contemporanea al Civico di La Spezia sarebbe andato in scena l’ “Amleto” di Shakespeare. A Bagnone, al teatro Quartieri, domenica 15 marzo era in programma un adattamento de “I Promessi Sposi”. Il Corriere Apuano del 7 marzo, nella consueta rubrica dedicata al cartellone cinematografico, segnalava al Manzoni di Pontremoli il film Sorry, we missed you dell’inglese Ken Loach, mentre al Città di Villafranca, martedì 10 sarebbe andato in proiezione, all’interno del cineforum la pellicola Judy diretta da Rupert Goold.
Parliamo di un anno fa, marzo 2020: anche la periferica Lunigiana e i capoluoghi a lei più vicini erano capaci di offrire spettacoli in buon numero e di qualità, che si sommavano a mostre, conferenze, eventi artistici allestiti da enti locali o associazioni culturali. L’arrivo del coronavirus, preannunciato da un primo restringimento alla vita sociale che cancellò ogni tipo di evento con un dpcm del 4 marzo e con l’annuncio del lockdown nazionale la sera di lunedì 9 marzo, mise in quarantena eventi e spettacoli.

Il cinema “Manzoni” a Pontremoli

Il nostro settimanale, nel numero del 14 marzo, la rubrica cinematografica rimasta vuota era riempita con la dicitura “A seguito delle disposizioni contenute nel Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 4 marzo 2020 le sale cinematografiche, così come quelle teatrali, rimarranno chiuse fino a venerdì 3 aprile”. Come si sa, si è andati ben oltre, lo stop è ancora in corso in questi giorni e, al di là dei rumori di stampa, ancora per molto tempo la situazione probabilmente non muterà.
Fatta eccezione per qualche arena estiva, pochi spettacoli all’aperto o alcuni eventi di rilievo come la Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, l’Italia è da un anno senza spettacoli. Non solo sono stati compromessi i fragili equilibri economici dell’industria culturale, già messi a dura prova dai tagli alla spesa pubblica o dall’avvento di Netflix, ma l’intero paese è stato privato di un essenziale cibo per la mente a cui si è tentato di sopperire con qualche iniziativa più propagandistica che altro, come l’erogazione di contenuti culturali su Raiplay.
Lasciano perplessi non tanto le 8 settimane di chiusura totale che hanno coinvolto l’intero paese tra marzo e aprile, quanto il perpetuarsi della situazione per cinema e teatri anche quando erano allegramente riprese, senza troppi controlli, le movide, le nottate in discoteca o le cene ai ristoranti.
La rigidità del ministro Franceschini sulla questione non è stata scalfita nemmeno dal dubbio che gli stessi protocolli di distanziamento e di igiene applicate nelle celebrazioni liturgiche potevano essere efficaci anche in teatri e sale cinematografiche, che avrebbero potuto produrre i loro spettacoli anche in orari preserali. La vicenda del Festival di Sanremo, trasmesso in queste sere mentre si preclude ad altri spettacoli di andare in scena, per giunta facendo confluire verso la zona rossa di Imperia centinaia tra tecnici, addetti ai lavori e giornalisti, sembra raccontare che su chiusure e aperture, più che i pareri del Cts hanno pesato la pressione delle lobby, e quella degli spettacoli si è dimostrata poco persuasiva nei confronti del decisore politico.
Ci si domanda se il mondo dello spettacolo saprà risollevarsi dalle macerie di questo terremoto e a costo di quante vittime tra e nelle le compagnie artistiche; quanto il ritorno alla normalità, quando l’epidemia sarà terminata, vedrà mutare le strategie di gestione di un mondo già alle prese con i grandi cambiamenti tecnologici; in quali modi il pubblico potrebbe rispondere al momento della riapertura, dopo uno stop così lungo. Il futuro ci darà tutte le risposte.Il presente è quello di un Paese in cui il destino e la funzione sociale dell’arte sembrano l’ultima delle priorità, in ossequio alla disonorevole quanto efficace frase “con la cultura non si mangia”.

(Davide Tondani)

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