Il Pd prova a fare quadrato attorno a Enrico Letta

Maggioranza “bulgara” per il neo segretario che succede al dimissionario Zingaretti, ma non mancano i problemi di unità interna e preoccupa il calo di consensi

Sembra che le paure nel Pd, in seguito alle dimissioni di Zingaretti, improvvisamente siano scomparse. La nomina di un nuovo segretario del partito non appariva cosa da poco poiché, con la crisi in atto nel M5S, rischiava di incidere sull’andamento del governo. Invece, Enrico Letta è stato eletto con una maggioranza “bulgara” nell’assemblea via internet: 860 voti a favore, 2 contrari, 4 astenuti. E non poteva essere diversamente.
Con un partito alla deriva nei consensi – gli ultimi sondaggi lo davano attorno al 17% – non poteva andare in modo diverso. Era difficile pensare che, dopo aver trovato un’ancora di salvataggio sicuramente di prestigio, qualcuno si azzardasse a negargli l’appoggio. Si tratterà di vedere quanto durerà la luna di miele e quanto i cosiddetti capi corrente saranno capaci di mettere da parte quelle “ambizioni” denunciate da Zingaretti. A questo proposito, non va dimenticato che, nella breve storia del Pd, le lotte interne hanno portato all’alternanza di ben 9 segretari nazionali.
L’uomo è di livello: per cultura, per esperienza di governo, per conoscenze internazionali. Il discorso col quale si è presentato è stato semplice e chiaro. Il metodo col quale intende muoversi è di fatto quello dell’Ulivo, dell’inclusione delle varie forze di centrosinistra, anche di quel Renzi che, dopo averlo rassicurato – “Enrico stai sereno” – lo aveva poi costretto alle dimissioni da capo del governo. Non disdegna di affrontare il tema più sensibile: “Non vi serve un nuovo segretario, vi serve un nuovo partito”.
È un’affermazione pesante, espressa nella consapevolezza di essere di fronte a un partito “diviso e in grande difficoltà”, un partito chiuso in se stesso, “il partito delle Ztl”, e non c’è bisogno neppure di “stare per forza al governo perché se diventiamo un partito di potere moriamo”. Infine, lancia l’affondo: “Un partito che lavora per correnti come qui non funziona”.
Tutto lascia pensare che, obtorto collo, il partito sarà costretto a seguirlo, anche perché si spera, per il bene del Pd, ma soprattutto per il bene del Paese, che non ha bisogno, proprio in questo momento di estrema difficoltà, di essere messo in crisi dalle voglie e dalle ambizioni di qualcuno. Allargando l’orizzonte ha posto sul tappeto i temi riguardanti l’attività politica.
C’è la proposta di aprire il diritto di voto ai sedicenni, per valorizzare i giovani; ci sono l’attenzione al mondo giovanile e all’inclusione nel lavoro, la partecipazione delle donne con ruoli di peso, lo ius soli, una proposta già pronta per combattere il trasformismo parlamentare (c’è la critica al Gruppo Misto, a Camera e Senato, che è diventato un paradiso per chi lascia il proprio gruppo e in questa legislatura sono già ben 200), la riforma elettorale da rileggere sulle tracce del Mattarellum.
Ha tralasciato di elencare i temi ovvii di carattere generale, pur sottolineando la vocazione ambientalista e la necessità di un rinnovamento tecnologico. Naturalmente la scelta di Letta ha soddisfatto sia i Cinque stelle che le altre formazioni di centrosinistra, mentre ha suscitato forti critiche dal centrodestra governativo e da Fratelli d’Italia. Il primo a reagire è stato Salvini che, come risaputo, mal digerisce qualsiasi proposta riguardante i “non italiani”.
Ma le preoccupazioni di Salvini – questo il motivo per cui ogni giorno cerca di cavalcare qualche tema che lo renda visibile – riguardano proprio la coalizione del centrodestra, dove la divisione tra chi è al governo (Lega e Forza Italia) e chi ne è rimasto fuori (Fratelli d’Italia) rischia di creare più di uno scompenso. Lasciare tutta l’opposizione alla Meloni, come sta già accadendo, porta all’erosione di voti sia a Salvini che a Berlusconi. Per il momento all’orizzonte non si prospettano problemi al governo Draghi. Di fatto tutto dipenderà dalla capacità, e possibilità, di arginare e di sconfiggere il Covid.
Ma ci sono anche gli altri problemi che il Paese deve affrontare come la crisi economica, la povertà dilagante, la scuola, la tutela del lavoro, la programmazione e attuazione del Recovery plan, le tante crisi industriali aperte, la riforma sanitaria, la riforma della giustizia, la nuova legge elettorale… Ci sono appuntamenti indilazionabili e non sempre i partiti sono disponibili a trovare soluzioni comuni, soprattutto su tematiche che da anni cercano soluzioni (vedi la giustizia o la legge elettorale). Se da una parte la nomina di Letta porta ad una certa rassicurazione e a una tregua, dall’altra la necessità di segnare il proprio territorio e la propria identità per non perdere il bacino di voti di riferimento può creare qualche incertezza.

Giovanni Barbieri

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