La politica senza politici

È possibile fare politica senza politici? Fino a qualche anno fa era impensabile. Poi, a partire da Tangentopoli, si è cominciato a distinguere tra politico e politico; per finire, negli ultimi tempi (sarebbe meglio dire ‘penultimi’) con la situazione che si è del tutto capovolta: per fare politica bisogna non essere politico di carriera.
Seminatore di questo principio è stato Berlusconi, seguaci accaniti i 5 Stelle. Da quel momento il via libera è stato totale: sorteggiamo i parlamentari, riduciamoli in modo drastico, scegliamoli on line (Amazon potrebbe creare un reparto dedicato).
Il risultato finale, con il quale stiamo facendo i conti proprio in questi giorni, sono state le elezioni del 2018, che hanno visto il trionfo del “nuovo”, tanto nuovo da non riuscire nemmeno a mettere insieme procedure sensate per la formazione dei governi. Ne è testimone il passaggio da quello giallo-verde a quello giallo-rosso; in più, con lo stesso presidente del Consiglio!

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nel suo discorso al Senato

Abbiamo infine scoperto che lo sponsor maggiore del Conte 2 – quel Matteo Renzi che ha una incidenza numerica irrilevante ma vincolante – può decidere di punto in bianco di far saltare il banco, azzardando bluff di cui nessuno è capace di intuire l’utilità. Per farla breve, è con grande dispiacere che molti, specialmente tra gli elettori di una certa età, si stanno sempre più convincendo che, con tutta probabilità, le ideologie (magari purificate dagli eccessi accumulati nella storia) e i partiti non erano tutto quel male che si voleva far credere.
La definizione “classe politica” sta quindi perdendo quel valore blasfemo che l’aveva fatta cancellare dal vocabolario del buon cittadino e torna a galla l’idea che, come sempre, una cosa è buona o grama secondo il criterio con il quale è messa assieme.
Questo per arrivare a dire che la conclusione del tira e molla sul governo, sfociata martedì mattina nella salita al Quirinale di Conte per le dimissioni, apre scenari che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrati poco probabili.
Secondo la migliore tradizione del sistema proporzionale, infatti, dimissioni non significano allontanamento del premier uscente, anzi, potrebbero proprio essere il modo migliore per rafforzarlo e spingerlo a una versione “ter” di un governo a lui intestato. In pratica, quella sarebbe la strada più sicura per riuscire a creare un gruppo parlamentare di centro che, con il suo sostegno ufficiale, potrebbe indurre Mattarella a superare le perplessità nei confronti di quella soluzione.
Più lontani sembrano un governo di unità nazionale (sic!) e il ritorno alle urne. Il primo sembra rifiutato da Lega e Fdi che vedono farsi sempre più concreta la possibilità di dare una spallata definitiva al centrosinistra. La seconda soluzione, invece, potrebbe dare il colpo di grazia alle speranze di ottenere consensi e, soprattutto, aiuti economici dall’Europa.

Antonio Ricci

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