L’unica Italia che cresce è quella che risiede all’estero

Rapporto Migrantes Italiani nel Mondo. Il nostro paese “continua a perdere le sue forze più giovani e vitali”. Nel 2019 gli Italiani che hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero sono stati ben 131mila

43Rapporto_Italiani_MondoDiminuisce (invecchiando) la popolazione residente in Italia, mentre cresce il numero degli Italiani all’estero. E sono tanti i giovani che emigrano dal nostro paese per cercare altrove una risposta alle proprie esigenze, necessità e ambizioni. Forse mai come quest’anno è utile la lettura del Rapporto Italiani nel Mondo appena edito dalla Fondazione Migrantes, l’organismo pastorale della Cei che da quindici anni offre alla società italiana un’analisi approfondita delle dinamiche che caratterizzano i movimenti di popolazione dall’Italia verso l’estero e dei nuovi Italiani che dall’estero si iscrivono alla nostra anagrafe.
Quasi seicento pagine di un Rapporto nel quale la statistica non è fine a se stessa ma esce dall’aridità dei numeri per proporre spunti che potrebbero essere di grande utilità alla programmazione di iniziative politiche e legislative, ma anche di riflessioni all’interno della nostra società.
Mentre in tutto il mondo infuria una pandemia destinata a deviare il percorso dell’umanità così come ciascuno di noi lo aveva immaginato e come sembrava delineato dalle scelte dei decisori politici ed economici, il Rapporto ci invita a cogliere l’occasione di pensare a questo futuro con un occhio di riguardo alle conseguenze dei movimenti di popolazione.
43Rapporto_Italiani_Mondo1Partiamo subito da una considerazione che ben riassume il significato del Rapporto: “Da tempo – si legge – ci si trova ad avere a che fare con una Italia in cui il malessere demografico imperversa spietato e, d’altra parte, con una Italia, l’unica a crescere, che è quella che ha messo radici all’estero: l’unica comunità che cresce in un’Italia sempre più longeva e spopolata è quella che risiede all’estero!”
Il dato che più dovrebbe far riflettere è che nel 2019 gli Italiani che hanno lasciato l’Italia per cercare lavoro all’estero sono stati ben 131mila: il giudizio del Rapporto è implacabile e sottolinea che “l’ultimo anno rispecchia la tendenza complessiva: l’Italia sta continuando a perdere le sue forze più giovani e vitali, capacità e competenze che vengono messe a disposizione di paesi che non solo li valorizzano appena li intercettano, ma ne usufruiscono negli anni migliori, quando cioè creatività e voglia di emergere sono ai livelli più alti per freschezza, genuinità e spirito di competizione”.
In totale, alla fine dello scorso anno, erano quasi 5,5 milioni gli iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), in crescita di quasi 200mila unità rispetto all’anno precedente; ma nel 2006, anno del primo Rapporto della Fondazione Migrantes erano appena 3,1 milioni! Di contro i residenti in Italia diminuiscono: sono 60,2 milioni, quasi 300mila in meno rispetto al 2018.
Da chi è costituita questa larga platea di Italiani che vivono all’estero? Il Rapporto ne analizza nel dettaglio la composizione e si possono desumere tre categorie principali: ci sono i discendenti dell’emigrazione di massa che ha caratterizzato un secolo di partenze dall’Italia a partire dalla metà dell’Ottocento; ci sono coloro che da alcuni anni hanno trovato nell’emigrazione la risposta alla crisi sociale ed economica dell’Italia di oggi; ci sono infine quanti “sono arrivati in Italia da immigrati e che rientrano nei loro paesi dopo aver preso la cittadinanza italiana”.
32pastoralegiovanile3I pronipoti dei nostri emigranti di ieri sono soprattutto giovani, anche di quarta generazione, che cercano nelle acquisizioni della cittadinanza italiana “quei riconoscimenti per discendenza tanto richiesti a seguito delle molteplici crisi economiche e politiche che si sono avute, o che vi sono ancora, in quella specifica parte del mondo che ha conosciuto una consistente emigrazione italiana”.
Richieste che arrivano soprattutto dall’area latino-americana del “nuovo continente”: da Brasile e Argentina soprattutto, visto che questi due paesi messi insieme rappresentano oltre il 70% delle iscrizioni avvenute nelle Americhe, ma anche da paesi come il Cile e, in anni più recenti, dal Venezuela.
Per quel che riguarda invece i nuovi emigranti italiani, l’analisi dei dati rivela come coloro che in questi anni lasciano l’Italia non sono, come spesso si è invece portati a pensare, in prevalenza laureati e dunque candidati ad occupare all’estero nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche. “Questo elemento svela – spiega il Rapporto – un costante errore nella narrazione della mobilità recente raccontata all’opinione pubblica come quasi esclusivamente composta da altamente qualificati”: di coloro hanno lasciato l’Italia nel 2018 il 29,4% sono effettivamente laureati, il 29,5% sono diplomati e ben il 41,5% è in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo! I Paesi di destinazione sono soprattutto europei: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia e Belgio su tutti, più o meno gli stessi dell’emigrazione del passato verso l’Europa.
Ma si evidenziano anche più recenti “nuove frontiere” della mobilità: sono Malta, Portogallo, Irlanda, Norvegia, Finlandia… paesi di frequente scelti anche da pensionati italiani, spesso ancora relativamente giovani, alla ricerca di nuove sfide o di realtà dove le agevolazioni fiscali rendono più redditizio l’assegno pensionistico.

Paolo Bissoli

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