La difficile vita dei cristiani nella Cina dell’impero mandarino e della  rivoluzione comunista

PX*3788461Il rapporto più fecondo tra la Cina e il Cristianesimo fu costruito dal gesuita matematico e geografo Matteo Ricci, sepolto a Pechino nel 1610, che portò il Vangelo in Cina: fu operazione di “intercultura”, di ponte fra due civiltà tanto diverse. Vennero poi conflitti culminati nella guerra dei boxer, il movimento xenofobo contro le potenze europee e che portò all’uccisione dei 120 martiri beatificati l’1 ottobre 2000 tra cui il nostro Francesco Fogola.
Dal 1911 processi rivoluzionari cambiano radicalmente le istituzioni politiche cinesi e dal 1949 l’ateismo diventa ideologia della Cina di Mao e i rapporti con la Santa Sede si rompono, nel 1951 viene espulso il nunzio apostolico a Pechino. Con l’elezione nel 1978 di papa Vojtyla riprendono le relazioni, si procede tra distensioni e inasprimenti. Da Manila nella Giornata Mondiale della Gioventù del 1995 Giovanni Paolo II invia un messaggio ai cattolici in Cina, una loro delegazione partecipa ma suscita polemiche da parte del governo cinese che non accetta l’assicurazione papale che la fede non può danneggiare l’unità ideale e concreta delle nazioni o pregiudicare indipendenza e sovranità.
Quando Hong Kong torna sotto sovranità cinese al papa viene rifiutato di atterrare nella città la cui diocesi ha la più numerosa comunità cattolica.

Il Vaticano mira a comporre il rapporto tra Chiesa sotterranea e Chiesa ufficiale in Cina

40cinaI cristiani in Cina sono circa 70 milioni, i cattolici intorno ai 10 milioni, meno dell’1%. Non sono uniti e liberi. Il regime riconosce ufficialmente una Chiesa “patriottica” sottomessa alle politiche di partito, di essa nomina i vescovi anche senza mandato del papa, fa restrizioni sul culto. Molti cattolici non accettano di sottomettersi alla politica religiosa del regime e formano comunità “sotterranee” che agiscono a loro rischio e contano 35 vescovi; sono cattolici ben motivati perché non depressi da una vita di compromesso come quelli “ufficiali”, i quali vorrebbero rimanere fedeli al papa ma non possono.
Nel 2003 fu insediata dal governo, con invito a sostenere il partito comunista, la Conferenza dei vescovi cattolici cinesi, disapprovata dalla Santa Sede. L’accordo del 22 settembre 2018 è molto significativo dell’attività di papa Francesco, lo ha voluto sfidando polemiche. La Cina riconosce la Chiesa cattolica romana interlocutore degno di un accordo, il papa riconosce i vescovi “illegittimi”, invece Pechino non riconosce quelli “sotterranei”, non è un accordo simmetrico, non mette fine alle persecuzioni, il papa nominerà vescovi persone a lui gradite ma l’autorità statale interverrà, anche se meno di prima.
Francesco lo ha firmato per evitare più gravi mali e ora per la prima volta i circa 101 vescovi di Cina sono in comunione con la Santa Sede con speranza di risolvere la sfida fondamentale della trasmissione della fede ai giovani. L’ineffabile presidente americano ha mandato il suo ministro Pompeo per chiedere al papa di prendere con coraggio posizione contro la Cina sulla libertà religiosa e lo invita a non rinnovare l’accordo per non mettere a rischio la sua autorità morale. Un’uscita che il Vaticano non si aspettava e che rimarrà inascoltata.

Nel 1999 il presidente Jiang Zemin visita Roma ma non il papa; consacra illegittimamente 5 vescovi: dovevano essere 12 in contrapposizione alle nomine papali, ma 7 si rifiutano e si fanno clandestini, seminaristi subiscono indottrinamento politico forzato. La beatificazione a Roma dei martiri incontra l’ostilità del governo cinese che li definisce vittime della propaganda straniera e ritiene i missionariimperialsti. La data dell’1 ottobre viene giudicata una sfida all’autorità della Cina che in quel giorno celebra la sua Giornata della Repubblica. Alla lettera del papa di conferma della stima della Chiesa per il popolo cinese Zemin non dà risposta. E’ il momento più conflittuale tra Cina e Santa Sede. Ai funerali del papa Vojtyla nel 2005 il governo cinese è quasi l’unico a non partecipare. Ancora Benedetto XVI invia Lettera ai cattolici cinesi, chiede alle autorità civili di riconoscere con nomine consensuali i vescovi delle comunità non registrate o “sotterranee” e dice che i vescovi “ufficiali” sono quasi sempre obbligati ad assumere impegni contrari alla loro coscienza. Dal 2010 si verifica un ulteriore deterioramento, il governo nomina vescovi senza l’approvazione del Vaticano che li scomunica: era la prima volta dal tempo di papa Pio XII, fa schedature, impedisce l’ingresso di cattolici da Hong Kong. Francesco è eletto papa nel 2013, lo stesso anno del presidente Xi Jinping, che permette il sorvolo dello spazio aereo cinese che porta il papa a Seul per la GMG del 2014, ma nessuna delegazione di giovani cinesi può partecipare.
Oggi il Partito vieta ai suoi membri di praticare la religione, intensifica la campagna contro infiltrazioni occidentali, demolisce simboli, il culto può essere praticato solo nelle chiese con programma approvato dalle amministrazioni governative, ai minorenni sono vietate le attività religiose, si è rafforzata una politica di nazionalismo ideologico e che mira a fare del pensiero di Confucio l’unica identità culturale cinese. Papa Francesco ha fatto un accordo provvisorio del 22 settembre 2018 che rimane segreto, si sa che c’è intesa per la scelta da parte del papa di vescovi a lui graditi, promossa con ponderata trattativa, ma lo Stato ha ancora ruolo nella selezione.

Maria Luisa Simoncelli