Domenica 12 luglio – XV del tempo ordinario
(Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)
Gesù esce di casa. E immagino il sole nei capelli e il cammino lento e il profumo dell’aria e, lontano, il rumore del mare di Galilea. è una carezza continua sui ciottoli, Gesù è come chiamato da una melodia dolce, continua, eterna, dolcissima e vitale, è il respiro del cosmo. Gesù cammina. E si siede. In riva al mare. E la carezza del mare continua. Non può far altro. Un eterno scivolare tra sassi, una melodia cristallina, e Gesù si impiglia. E Gesù si lascia impigliare nella bellezza quotidiana del suo mare. E rimane. Lì. Figlio di Dio impigliato nella bellezza.
E potrebbe finire qui il Vangelo di oggi. Basterebbe questo frammento. Un uomo che si espone, che si scopre, che esce di casa; un uomo che cammina, come rapito da usuale bellezza, un uomo che siede. Semplicemente siede, in riva al mare. Mare che è la sopravvivenza, per quei popoli che per vivere trascinano a terra reti vive di pesci scintillanti. Mare che è paura, per gli stessi pescatori, ognuno di loro ha un amico o un figlio o un padre da ricordare, rapito dal mare. Mare che è rimando geografico di pagine bibliche. Almeno quel mare dell’Inizio, Genesi, dove Dio inventa un mondo ordinato alla vita.
Almeno il mare dell’Esodo, quello da attraversare. Quello che nascondeva, nel suo ventre, una strada aperta solo per i figli del Dio liberatore. Mare che è il ricordo degli amici chiamati, del pane spezzato a riva, delle traversate notturne, delle attese, di miracolose pesche e tempeste sedate… mare che non smette mai di impastare la riva, mare che torna, onda dopo onda, a chiamare i nostri ricordi.
Mare che è vivo, come una persona, calmo, agitato, pericoloso, misterioso, terribile e dolcissimo. Mare che non smette mai. Mai fermo, non dorme, movimento continuo, come se fosse il cuore del mondo. Come se la sua immobilità chiamasse la morte della Terra. Basterebbe questo frammento di Vangelo. Oggi. Per noi. Basterebbe imparare dalla folla che magari non capiva Gesù, maestro ancora troppo misterioso, folla che
però intuiva in lui una profondità, una capacità di leggere la storia, gli uomini, gli eventi, non comune.
Un maestro in ascolto dei racconti del mare. Ecco cosa affascinava. Sapeva ascoltare. Basterebbe imparare a essere almeno folla. E avvicinarsi a questo Gesù capace di uno sguardo così profondo sul mondo. Poi arriveranno le parole, e le parabole. Ma all’inizio è un uomo che guarda il mare, è uomo che vede. è uomo che ascolta. Profondo come il mare.
don Alessandro Deho’



