Non basta cambiare la legge elettorale

22elezioni_votoLa Corte Costituzionale ha negato la celebrazione di un referendum proposto da 8 regioni di centrodestra, che mirava, attraverso l’abrogazione di pezzi dell’attuale legge elettorale, a instaurare un sistema maggioritario uninominale analogo a quello inglese.
La conseguenza politica della sentenza è la sconfitta della strategia di Salvini e Calderoli, convinti di ottenere, modificando la legge elettorale, il governo del Paese. Soprattutto è stata sconfitta la “strategia del caos” che la Lega voleva traslare dal campo sociale, dove alimenta paure e odio per lucrare voti, al campo parlamentare: la richiesta di referendum è stata depositata quando si è iniziato a discutere di una nuova legge elettorale e mentre pendeva un referendum sulla riduzione dei parlamentari.
L’obiettivo era aumentare la confusione procedurale per aumentare la tensione nella maggioranza, paralizzare e fare cadere il governo, tornare al voto: un bieco tatticismo per riottenere quel governo perso per un colpo di sole nell’estate romagnola.
Salvini a parte, l’architettura elettorale continua a riempire il dibattito politico molto di più della crisi demografica, dei cambiamenti climatici o del futuro industriale del Paese. Dal 1993 sono state introdotte 4 leggi elettorali e oggi si discute di una quinta, di impianto proporzionale. Il susseguirsi di norme elettorali, spesso incostituzionali, non ha ancora risolto il problema dell’equilibrio tra rappresentanza (in democrazia tutte le componenti sociali debbono trovare una propria espressione in Parlamento) e stabilità (le maggioranze devono essere solide e garantire la durata dei governi).
Un equilibrio smarrito da quando, con la fine della Guerra Fredda, nel 1989, cessò in Italia lo stato di “democrazia bloccata”. Conseguita l’alternanza al governo, da allora nessuna formula elettorale ha garantito stabilità, mentre la rappresentanza è messa in difficoltà dalla crescente influenza di poteri come la finanza mondiale o le istituzioni sovranazionali.
L’impressione è che la politica, attraverso le leggi elettorali e le riforme istituzionali, esorcizzi la vera patologia: la crisi dei partiti. Partiti-azienda, personali, fai-da-te, correnti che si compongono e scompongono, in cui signori delle tessere, boss delle clientele e trasformismo soffocano studio, formazione, idee, etica e cultura politica.
I tentativi di rinnovamento “dal basso”, alla prova dei fatti, si sono scontrati con la necessità del compromesso che sta alla base della democrazia interna alle aggregazioni politiche e alle istituzioni. Se non si prende atto della crisi dei partiti e non si provvede a riformarne la ragion d’essere, a partire dall’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, anche l’equilibrio democratico e istituzionale resterà precario. Indipendentemente da qualsiasi legge elettorale.

Davide Tondani

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