Moni Ovadia, un ebreo a difesa dei palestinesi oppressi e soli

Incontro a Villafranca: “la Palestina è problema nostro”

Moni Ovadia
Moni Ovadia

Un incontro che imponeva riflessione e responsabilità quello con Moni Ovadia a Villafranca il 7 gennaio invitato dall’Associazione “Alberico Benedicenti”. La presidente Mara Cavalli ha presentato questo ebreo sefardita, nato in Bulgaria e cittadino milanese, dottore in scienze politiche ha manifestato il suo multiforme ingegno nel teatro, cinema, tv, radio, scrittura. Ha lasciato la comunità ebraica di Milano perché non c’era spazio democratico per le sue idee diverse: egli infatti in maniera forte è schierato contro le atrocità che i governi israeliani compiono contro i palestinesi, al massimo grado quelle del primo ministro Netanyahu nazionalista.
Ovadia con linguaggio pugnace e gergale nella sala piena di gente ha denunciato un governo che umilia e tiene di fatto prigioniero un popolo, toglie futuro ai suoi bambini e ai giovani, opprime le donne. Non ha nulla a che vedere con l’ebraismo, con la sua identità basata sulla voce di Dio annunciata dai profeti. L’etica ebraica è nitida in Isaia (I, 11-17): dice il Signore “imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”.
Il bene è la giustizia sociale verso tutti, lo sapevano molto bene gli ebrei oppressi che hanno elaborato nella sofferenza dell’esilio i cardini della loro grande cultura. Se non accogli l’altro, non sei uomo. Gli insulti piovono su questo ebreo che non si identifica in una terra, in uno Stato e governo, ma non lo turbano, insieme a lui sono impegnati cittadini israeliani, una minoranza che vuole la pace che sarà possibile solo creando uno Stato per i Palestinesi e non “territori” dove vivono sotto assedio, chiusi in prigioni a cielo aperto come è Gaza, espropriati dall’insediamento di nuove colonie.
La questione Palestina è colpevolmente tenuta sotto silenzio, i padroni della comunicazione mettono le “veline”, non organizzano mai un civile confronto tra israeliani e palestinesi oppressi e soli, senza voce. Complesse sono le ingerenze nell’inquieto Medio Oriente dove domina ovunque “l’impero americano” (fino a quando non lo sormonterà la Cina), si inseguono interessi di soldi e potere contro tutte le convenzioni internazionali, come è stata la proclamazione di Gerusalemme capitale di Israele contro le deliberazioni Onu. La Shoà è catastrofe non solo ebraica ma di tutta la civilizzazione europea ed è stata fatta spesso con la complicità o il silenzio dell’Europa cristiana.
Ovadia ricorda che la Bulgaria gridò “giù le mani dai nostri ebrei” e nessuno fu deportato (così anche Danimarca e Finlandia): le parole bisogna usarle secondo coscienza, dare il nome giusto alle cose è dare identità, fare relazione, il silenzio non sempre è virtù.
Le proposte per Ovadia sono realizzare un forte evento mediatico che coinvolga l’Unione europea, far capire che la Palestina è problema nostro, smascherare le ipocrisie da falsa coscienza, come quelle che portarono alla guerra “inutile e nefasta” in Iraq e in Libia. In una civiltà malata ci vuole un forte impegno culturale, leggere, confrontare opinioni, smascherare i linguaggi ingannevoli, agire con grande lucidità. (m.l.s.)

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