Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Domenica 14 aprile, delle Palme
(Is 50,4-7;  Fil 2,6-11;  Lc 22,14-23,56)

15vangeloLa liturgia, nella settimana che precede la S. Pasqua, ci propone di meditare la passione di Gesù così come ce la presenta l’evangelista Luca. C’è da sottolineare come passione significhi grande sofferenza ma anche attenzione, attrazione, amore.
Luca è l’unico che, nel momento della consacrazione del pane e del vino avvenuta durante l’ultima cena, ci riporta la raccomandazione del Signore: “fate questo in memoria di me”. Non è soltanto un suggerimento liturgico, ma anche un progetto di vita. È come se avesse detto ai dodici ed a noi oggi: vedete come io mi faccio pane e vino per alimentare sempre il vostro spirito? Tra poche ore vedrete dove il mio amore per voi e per tutti gli uomini mi porterà. Con l’aiuto del pane e del vino eucaristici, sarete in grado di divenire pane e vino nella vita di molti che sono nel bisogno e che si trovano sul vostro cammino.
Diventare pane e vino richiede di rinunciare, almeno in parte, a se stessi L’evento che conduce il Cristo sul Calvario è molto crudo e lo si rivive con dolore. Non mancano però mai né insegnamento, né indulgenza né perdono. Nell’orto degli ulivi c’è il primo sbandamento.
Davanti a coloro che hanno il compito di imprigionare Gesù, almeno un discepolo usa la spada e taglia l’orecchio ad un servo del sommo sacerdote. Il Maestro rimprovera il discepolo e guarisce il servo ferito. Anche per il rinnegamento di Pietro, l’evangelista è meno severo degli altri. Nei vangeli di Marco e Matteo è scritto che, nel sinedrio, dove alcune persone lo accusano di far parte del gruppo di Colui che stavano processando, Pietro neghi e, per dar forza al suo dire, imprechi e giuri. Luca riferisce soltanto che nega. Lo sguardo di Gesù, che lo vede proprio nel profondo del cuore (così il verbo greco del testo originale), è un insegnamento che mostra come la via che si percorre al seguito del Cristo sia impegnativa e cosparsa di tentazioni di fuga. Il momento più alto nella capacità di perdono si ha proprio appena prima della morte di Gesù.
Un uomo, che aveva vissuto rubando agli altri e probabilmente molto, se ritenuto reo di morte, ottiene il perdono proprio negli ultimi momenti di vita. Il Cristo accolto sulla terra, a parte i genitori, da pastori da tutti ritenuti ladri ritorna al Padre portando con sé un ladro. Ma il perdono più difficile ed oltretutto effettuato in mezzo a sofferenze sia morali, causate dalla derisione dei presenti che sottolineano l’incapacità di chi ha salvato altri di salvare se stesso, sia fisiche, per l’impossibilità di respirare senza forzare sui dolorosissimi chiodi, è stato per coloro “che non sanno quello che fanno.”
Si tratta del potere religioso che mai ha cercato di comprendere, nella certezza di possedere la verità, ed ha tramato in vari modi per ottenere la morte, nel modo degli schiavi, di quel Messia che da secoli attendeva. Ma, come gli schiavi, Gesù aveva lavato i piedi ai suoi. Con la croce come patibolo è stato elevato da terra ed ha aperto per sempre le braccia a tutti gli uomini del mondo.

Pier Angelo Sordi

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