“La pieve sull’argine” di don Mazzolari: esame di coscienza e dramma interiore

donPrimoMazzolariA volte la lettura di un libro scomodo fa bene all’intelligenza delle cose e risveglia lo spirito critico dal torpore del pensiero unico: La pieve sull’argine di don Primo Mazzolari, il prete di Bozzolo, è un testo che non smette di interpellare il lettore.
Scritta nel 1951, due anni dopo la pacelliana scomunica del comunismo, La Pieve è un esame di coscienza del protagonista don Stefano Bolli, che rivive il tempo degli studi in seminario, della partecipazione alla grande guerra, della esperienza tragica nelle trincee, delle difficoltà provocate dalla opposizione al fascismo.
Storia, insomma, di un prete segnato dalla morte del fratello e di troppi giovani mandati al massacro: vicino ai contadini costretti a lavorare terre di padroni disumani: contrario alla becera arroganza dei fascisti giunti al potere.
Un romanzo autobiografico? Solo in parte. Il pontremolese padre Bergamaschi, amico di don Primo, parla piuttosto di una “fenomenologia dello spirito”, che va oltre la dimensione personale. La Pieve racconta, infatti, il dramma interiore di un prete che cerca in tutti i modi di conciliare fedeltà al Vangelo e ubbidienza alla Chiesa. La tentazione sarebbe di andarsene, come fa l’alter ego e amico don Lorenzo.
11don_MazzolariCedere o resistere? E come continuare a restare dentro la Chiesa? Lasciandosi vivere o camminando con Cristo? Don Stefano sa che stare con i “lontani” suscita la diffidenza di confratelli e la freddezza dei superiori, come pure l’ostilità del potere politico, che cerca l’appoggio della Chiesa di Roma e non tollera critiche. Ogni voce di dissenso disturba e la domanda sulla conciliabilità fra fascismo e cristianesimo è pericolosa per chi ha il coraggio di non lasciarla cadere.
Don Stefano rimane, disposto a soffrire per la Chiesa e per colpa della Chiesa. Sono almeno tre gli aspetti da esaminare. Innanzitutto, la guerra. “Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione…”.
La guerra è inutile strage e non uccidere è l’imperativo tradito. Che cosa puo’ dire allora un cappellano militare ai tanti giovani mandati a uccidere il “nemico” e a morire in trincea? Il secondo aspetto riguarda la “larghezza” di cuore.
Quando don Lorenzo, l’amico che rinuncerà al sacerdozio, fu ricevuto dai superiori, “quasi nessuno gli fu largo di cuore”. La Chiesa è costruita sulla pietra, ma anche il cuore rischia di diventare duro come la pietra, se non è abitato da Cristo. È dal cuore caritatevole che deve uscire la verità. Uno spunto di riflessione, infine, viene dalle parole di un contadino: “Passare una vita a guardare una bestia non nostra, vi pare una vita d’uomo?”
Qui si fonda l’esigenza di giustizia. Don Stefano cerca di dare la propria terra ai contadini, ma si scontra con l’ostilità di proprietari terrieri, schierati con il fascismo, e con l’incomprensione di molti confratelli. Il potere ecclesiastico, timoroso del pericolo rosso, è tiepido con i bisogni degli ultimi, che cosi’ finiscono per cedere alle promesse del socialismo.
I motivi di interesse non si esauriscono qui. Dopo l’attentato a Mussolini (1925) don Stefano vuole evitare che il Te Deum diventi una specie di sceneggiata politica. Sul Concordato ha un atteggiamento critico. Al plebiscito del 1929 non vota. Gli eventi storici mettono a dura prova l’animo del prete, pur sempre fedele a Cristo e alla sua Chiesa.
La Pieve, nonostante abbia anticipato il rinnovamento del Concilio, temo che vada incontro ad una ingiusta dimenticanza.

Pierangelo Lecchini

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