Il Vescovo esce definitivamente dal processo a don Morini

Non luogo a procedere per mancanza di querela delle parti interessate

Il Vescovo diocesano, mons. Giovanni Santucci
Il Vescovo diocesano, mons. Giovanni Santucci

Non luogo a procedere per mancanza di querela per il vescovo diocesano, mons. Giovanni Santucci, che esce così dal processo all’ex parroco di Fosdinovo, Gianluca Morini, accusato di aver utilizzato elemosine e donazioni dei fedeli a scopi personali: da incontri con escort a viaggi, alberghi e cene di lusso. Mons. Santucci prende atto del pronunciamento del Tribunale di Massa che ha dichiarato improcedibili le accuse a lui mosse dalla Procura per difetto di querela. Benché si tratti di una decisione obbligata, non di meno essa presuppone una importante constatazione: i soggetti che i capi di accusa definivano «vittime» dell’operato del Vescovo, hanno dimostrato, con le proprie scelte, di non aver mai creduto di essere state lese e, per questa ragione, non hanno ritenuto di richiedere alla Giustizia di procedere contro la persona che non aveva fatto loro alcun male. È evidente come, considerato l’enorme clamore prodotto dal coinvolgimento della sua persona nel processo, sarebbe stato preferibile che la legge consentisse al Vescovo di pretendere una sentenza che, verificando in concreto la sua piena innocenza, affermasse la limpidezza del suo operato di pastore della Chiesa. Senza una querela, senza alcuna vittima, però, non si è potuto celebrare alcun processo, neppure quello funzionale ad assolvere. Due erano le accuse nei suoi confronti. La prima ipotizzava che monsignor Vescovo, avendo riconosciuto all’allora sacerdote Gianluca Morini, nel maggio 2014 (ovvero molto prima che le sue vicende personali facessero scandalo) la somma di mille euro per le messe a suffragio celebrate, prelevandole dall’apposito fondo gestito dalla Diocesi, se ne fosse «indebitamente appropriato». Nel formulare questa ipotesi, l’accusa dimostrava una grave ignoranza delle leggi canoniche e civili che attribuiscono all’Ordinario la facoltà di disporre liberamente di tali somme. La seconda, improcedibile sin dall’inizio, immaginava che il Vescovo si fosse intromesso, con la compagnia assicuratrice delle previdenze del Clero, per garantire un qualche trattamento non dovuto allo stesso don Morini, circostanza mai avvenuta. Se la vicenda si è conclusa, è doveroso prenderne atto, dando a Cesare quel che è di Cesare. «Non posso nascondere – ha dichiarato mons. Santucci – un sentimento di delusione nei confronti della Procura di Massa. Da tre anni, la mia persona e il mio ruolo ecclesiale sono stati senza alcun ragionevole motivo infangati e dati in pasto ad alcuni giornali, televisioni, e social, i quali non cessano di descrivermi, più o meno apertamente, come ladro e corruttore. I danni provocati da una tale accanita gogna mediatica saranno opportunamente valutati nelle sedi dovute. La mia delusione si alimenta anche da altre considerazioni: ho dovuto constatare quanto poco, in una struttura di per sé tesa alla difesa della verità e della giustizia, possa essere tenuta in considerazione una persona, contribuendo ad allestire nei suoi confronti una vera e propria macchina del fango. Nel dirlo penso soprattutto ai più deboli e fragili, a coloro che non vivono, come me, la condizione di dover testimoniare la propria fede anche a costo di sacrificio. Quella manifestata nei miei confronti, infatti, mi appare come ostinata faziosità verso la Chiesa. Raccontando il mio “caso”, i media hanno accreditato la ricostruzione di uno dei protagonisti delle tristi vicende di Luca Morini, narrando sempre le stesse cose e seguendo un medesimo teorema accusatorio. Credo non sia semplice giustificare, sul piano deontologico, un simile comportamento, se non come compiacenza ad alimentare curiosità morbose. Da oggi spero che il clamore si attenui. Per quanto mi riguarda continuerò a fare quello che ho sempre fatto: predicare il Vangelo, aiutare tutti i fratelli nel bisogno, e contribuire al bene della società».

Condividi