Terra Santa: per la pace contro ogni speranza

20Gaza“La vita di tanti giovani ancora una volta è stata spenta e centinaia di famiglie piangono sui loro cari, morti o feriti. Ancora una volta, come in una sorta di circolo vizioso, siamo costretti a condannare ogni forma di violenza, ogni uso cinico di vite umane e di violenza sproporzionata. Questi comunicati di condanna ormai si ripetono, simili ogni volta l’uno all’altro”. Così mons. Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme, ha commentato gli avvenimenti che negli ultimi giorni hanno di nuovo insanguinato la Terra Santa.
In queste parole si avverte un senso di impotenza e di sconforto che, con tutta probabilità, va oltre le intenzioni di chi le ha scritte, da tempo presente in quella terra martoriata, ad essa legato da sentimenti forti e quindi, si è autorizzati a pensare, non rassegnato all’ineluttabilità della violenza.
Sullo stesso tono si esprime anche padre Ibrahim Faltas, direttore delle scuole francescane nella città santa e responsabile per la Custodia di Terra Santa dei rapporti con Israele e palestinesi: “Sono qui da 30 anni, dichiara al SIR, e non ho mai visto cose del genere, mai tanta rabbia da parte dei palestinesi. Si muore a Gaza, scontri sono in corso a Jenin, Ramallah, Hebron, Betlemme e in altre città della Cisgiordania. Il bilancio delle vittime si aggiorna in continuazione. E domani si teme sarà peggio”.
Detto da una persona che nel 2002, durante la cosiddetta seconda Intifada, fu coinvolto nell’assedio della Natività di Betlemme e nelle trattative per risolverlo, bisogna ammettere che fa un certo effetto!
Due celebrazioni storiche ed una legata all’attualità si sono sovrapposte con un effetto dirompente.
Il ricordo, lunedì 14, della nascita dello Stato di Israele, che varia ogni anno in base al calendario ebraico; la Nakba (catastrofe), martedì 15, il ricordo della sconfitta subita dai palestinesi nella prima guerra contro gli israeliani; l’inaugurazione, sempre nella giornata del 15, della nuova ambasciata americana a Gerusalemme.
Era facile – molti lo avevano previsto al momento dell’annuncio – immaginare che soprattutto quest’ultimo fatto avrebbe innescato proteste molto dure da parte dei palestinesi, che vedono nella decisione di Trump il sostegno a rendere Gerusalemme la capitale di Israele.
Il bilancio degli scontri di lunedì 14 nella Striscia di Gaza è stato di più di 50 morti e quasi 2000 feriti, alcuni dei quali molto gravi. Ad essere in agitazione, però, non sono solo i palestinesi, se è vero che all’interno della società israeliana ci sono molti che esultano ma anche alcuni che contestano questo ricorso alla violenza che ogni volta allontana la pace.
La tensione presente nella Striscia di Gaza, però, non è legata soltanto a fatti risalenti a decine di anni fa. Le difficili condizioni in cui da sempre vivono i suoi abitanti si sono aggravate in questi ultimi tempi; da quando, per esempio, Al-Sisi – con la motivazione di impedire il passaggio ai terroristi di Hamas legati all’Isis – ha chiuso la frontiera dell’Egitto rendendo impossibile ai palestinesi il transito dal valico di Rafah, tra Gaza e il Sinai, l’unica “porta” che due milioni di palestinesi hanno per uscire da quello che appare come un vero e proprio stato di assedio messo in atto da Israele ed Egitto. Sempre nuova benzina su di un fuoco che non avrebbe nessun bisogno di essere alimentato con tanto cinismo.

Antonio Ricci

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