Vecchie tensioni e nuovi attriti tra Israele e Palestina

Medio Oriente: una ventina di morti e più di 1500 feriti nelle manifestazioni di protesta. Alla vigilia del 15 maggio, 70° anniversario dell’esodo palestinese imposto per la nascita del nuovo stato di Israele.

14IsraeleIn questi giorni in Palestina stanno venendo al pettine nodi mai risolti. Tutto ha avuto inizio con la costituzione dello Stato d’Israele nel 1948. Il riconoscimento delle Autorità dei Territori Palestinesi e di una specie di Stato Palestinese non ha portato a nulla, in quanto i Territori dipendono praticamente, sul piano economico e sul piano della sicurezza, dallo Stato d’Israele e sono geograficamente divisi tra la striscia di Gaza – dove, su 360 km² di superficie, vive una popolazione di circa 1.760.000 abitanti di etnia palestinese, di cui 1.240.000 rifugiati – Gerusalemme Est e la Cisgiordania.
Non c’è unità territoriale e, in più, gli insediamenti dei coloni israeliani contribuiscono non poco all’instabilità del Paese. Nel 1948 i palestinesi erano stati cacciati dalla terra che abitavano ed oltre 700.000 di essi furono condannati ad una vita da profughi nei vari campi di Siria e Giordania.
Molti, in seguito a varie vicende, approdarono nella Striscia di Gaza. Tra le varie promesse fatte al momento della costituzione dello Stato d’Israele c’era anche la risoluzione numero 194 delle Nazioni Unite, che contemplava il “diritto al ritorno” dei profughi “il prima possibile nelle loro case”.
Quel “ritorno” sarà impossibile e la ricorrenza del 70° anniversario, il 15 maggio, il giorno della “Nakba”, della catastrofe, dell’inizio del conflitto che portò alla fondazione dello stato d’Israele induce a brutti ricordi. Se poi quel giorno gli Stati Uniti trasferiranno la loro ambasciata a Gerusalemme, il fatto non potrà che essere letto come una provocazione.
Il 30 marzo era, invece, l’anniversario dell’espropriazione da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea (era il 1976) e quel giorno sono iniziate le manifestazioni di protesta nella Striscia di Gaza che si protrarranno fino al 15 maggio.
Forse per mettere le mani avanti e per bloccare ulteriori iniziative, gli Israeliani hanno usato maniere forti, sproporzionate rispetto a ciò che stava accadendo, in quanto la manifestazione era pacifica anche se simbolicamente era diretta verso il confine per affermare il diritto al ritorno. 17 morti e oltre 1.500 feriti sono il risultato dell’intervento dei militari che hanno sparato anche con pallottole vere ad altezza d’uomo e usato droni automatici armati di gas fumogeni.
14Israele1Mentre Netanyahu elogia i militari che “hanno protetto i confini del Paese: complimenti ai nostri soldati” (non sembra proprio che i confini fossero in pericolo), alcuni Paesi arabi denunciano l’uso sproporzionato della forza e l’Onu e la Ue chiedono un’inchiesta indipendente e trasparente per far luce sulla vicenda. La risposta è abbastanza sprezzante e sembra non toccare più di tanto la sensibilità d’Israele, forte anche dell’appoggio di Trump.
C’è chi dice che l’ala oltranzista palestinese di Hamas voglia creare tensioni per recuperare credibilità e per distrarre da una situazione economica che rasenta la catastrofe umanitaria e nel contempo trarre qualche vantaggio nelle trattative che inevitabilmente dovranno essere avviate.
C’è chi sta abbandonando la strada della teoria dei “due popoli, due Stati” per abbracciare quella a favore dello Stato unico dove ebrei e palestinesi possano godere degli stessi diritti. Ma visto che ci sono 2,7 milioni di arabi in Cisgiordania, quasi due milioni a Gaza, 1,8 milioni in Israele, per un totale di 6,5 milioni, mentre gli ebrei sono 6,7 milioni, non è difficile pensare che gli arabi in poco tempo potrebbero essere la maggioranza. Non si farà lo Stato unico, ma questi numeri sono inquietanti. Questa volta la voce non è data alle armi, almeno per il momento, ma a una muraglia umana disarmata più difficile da fermare.

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