Fango e sangue sono la verità della Guerra

Prima Guerra Mondiale: furono oltre 300 i caduti pontremolesi

09viaticoDal valloncello salgono le grida di un corpo mutilato che invoca aiuto: la volontà di vivere, nonostante la menomazione, è ancora forte; tre compagni usciti allo scoperto per recuperare il tronco senza gambe, sono colpiti dal fuoco nemico; la verità della guerra è questa: fango e sangue.
L’illusione che essa potesse redimere e purificare, come volevano molte voci della propaganda interventista, non regge di fronte alla realtà.
La poesia di Rebora, libera dagli orpelli della retorica, ci restituisce tutta l’oscenità della guerra.
Un uomo, ogni uomo, muore fra atroci sofferenze. Lasciaci in silenzio a rantolare. Affretta l’agonia. È l’unica preghiera possibile per il compagno che non puo’ essere soccorso.
Spesso si dimentica l’orrore della morte.

Viatico

O ferito laggiu’ nel valloncello, / Tanto invocasti / Se tre compagni interi /
Cadder per te che quasi piu’ non eri, / Tra melma e sangue / Tronco senza gambe
E il tuo lamento ancora, / Pietà di noi rimasti / A rantolarci e non ha fine l’ora,
Affretta l’agonia, / Tu puoi finire, / E conforto ti sia / Nella demenza che sa impazzire,
Mentre sosta il momento, / Il sonno sul cervello, / Lasciaci in silenzio. / Grazie, fratello.
(Clemente Rebora)

I caduti residenti nel comune di Pontremoli furono circa trecento. I numeri non dicono il dramma di chi veniva mandato al massacro né quello di poveri genitori che perdevano figli poco piu’ che ventenni.
I residenti a Pontremoli che non fecero ritorno, furono 58: Savani Luigi e Ceppellini Silio avevano appena 19 anni. Ma ogni frazione del comune ebbe perdite importanti: Guinadi 21, Cervara 19, Vignola 13. Numeri a due cifre anche in Valdantena (11), a Gravagna (10) e a Succisa (17).

Il monumento ai Caduti inaugurato a Pontremoli nel 1924
Il monumento ai Caduti inaugurato a Pontremoli nel 1924

Una vera mattanza che sottraeva alle famiglie e al futuro dei paesi e della nazione le forze migliori. Ernesto Barbieri (1894-1916) era al terzo anno di Ingegneria a Parma. Giovanni Malachina (1895-1916) studiava Medicina a Genova. Angelo Pezzetti (1888-1916) frequentava a Pisa la facoltà di Fisica-matematica. Pierino Zampetti era laureando in Legge. Corrado Leonardi (1884-1916) aveva concluso gli studi di Chimica. Tutti onorati con la medaglia d’argento, come il volontario Luigi Cocchi (1881-1917), Ernesto Buttini (1890-1915) e Lorenzo Massari morto nel 1917 sulla Bainsizza. Ortigara, Col di Lana, Sabotino, Podgora, S. Michele (evocato in una celebre poesia di Ungaretti), e innumerevoli altri luoghi teatro di battaglie sanguinosissime, saranno ricordati anche per il sacrificio di molti pontremolesi.
Adolfo Biondi, originario di Cavezzana d’Antena, cadde a Plava, medio Isonzo, il 16 giugno 1915 mentre infuriava l’assalto a quota 383. Le operazioni erano dirette dal gen. Ezio Reisoli, anche lui nato a Pontremoli, come il gen. Armano Ricci Armani, che si distinse nella difesa della Val Lagarina (Rovereto).
I due generali erano stati protagonisti in Libia e ora erano al comando di due Corpi d’Armta: il II (Reisoli) e l’VIII (Ricci Armani).
Ogni vittoria, che spesso consisteva nella conquista di pochi metri di territorio, richiedeva ingenti sacrifici umani. Sul Mrzli (tra la Bainsizza e Caporetto), monte “maledetto” dove le trincee, troppo esposte, erano dette “trincee della morte”, il 26 agosto 1917 cadde Davide Marzocchi di Pracchiola.
Trecento morti: una vera e propria decimazione per la comunità. Fu una tragedia, individuale e collettiva. Nella cifra sono compresi 34 dispersi e 14 deceduti in prigionia. Malattie varie si presero ben 60 giovani: 6 nel 1915, 6 nel 1916, 10 nel 1917 e 38 nel 1918, quando fra le cause di morte si aggiunse l’epidemia di spagnola. Se poi si contano coloro che scomparvero subito dopo l’armistizio, il totale delle perdite oltrepassa di gran lunga la cifra di 300 uomini.
Difficile inoltre stabilire il numero dei feriti e di coloro che subirono gravi mutilazioni. Dalla violenza della guerra doveva nascere un uomo nuovo e una società migliore. Un’illusione demenziale.
La testimonianza poetica di Rebora ci sollecita a non dimenticare.

Pierangelo Lecchini

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