Una scena disadorna, scarna, con solo due sedie collocate al centro del palco per il monologo di Fabio Monti. Un modo per far capire fin da subito che sarebbero state le parole le protagoniste assolute della serata. E del resto già dal titolo dello spettacolo “Don Milani senza mito” si percepiva la chiara volontà di andare oltre all’immagine stereotipata del priore di Barbiana, quella retorica della biografia agiografica che rischia di banalizzarne la figura, e provare a raccogliere pezzi di verità andando ad attingere direttamente dalle parole del sacerdote.
Sul palcoscenico del Teatro della Rosa si è presentato Fabio Monti (attore e regista catanese classe 1974, autore del testo con Norma Angelini) che ha catalizzato su di sé l’attenzione con un’interpretazione che ha intrecciato ricordi personali, la vita di don Milani e letture di scritti del priore di Barbiana, intervallati solo dalla fisarmonica suonata dal vivo dal musicista Alessandro Dei.
Frammenti di racconto che, senza voler presentare una biografia o avere la pretesa di spiegare chi sia stato davvero don Milani, hanno provato a cogliere i motivi profondi che lo hanno spinto a fare le scelte che ha fatto e che gli hanno portato numerosi problemi in vita.
C’è quindi la ricerca di don Milani in alcune delle parole che lui ha scritto e il risultato che ne è emerso è che le domande che questo priore di montagna poneva alla scuola, alla società civile, alla politica negli anni 60, sono tutte ancora in piedi e in attesa di risposta.
In particolare nell’opera teatrale si è dato ampio spazio alla lettura di due brani scritti dal sacerdote: una lettera ed una postilla al libro “Esperienze Pastorali”. La lettera è inviata ad un predicatore con cui polemizza per la sua scelta di non avere voluto concedere l’assoluzione ad un giovane operaio perché non aveva strappato la tessera del Partito Comunista. Mentre invece nella postilla il priore profetizza di una rivolta dei poveri nel 2000, che dalla Cina sarebbero tornati come missionari in occidente per far tornare i parroci alla loro missione, quella di educare i poveri per farli diventare cittadini.
Se l’intento complessivo dell’opera teatrale è senza dubbio condivisibile e piacevole, meno riuscita appare, soprattutto in alcuni momenti, la realizzazione sul palco. Ci sono della fasi in cui il discorso si fa piuttosto confuso e poco lineare con, ad esempio, troppi intermezzi musicali durante la lettura della lettera che poteva essere resa in maniera più fluida.
Resta comunque la buona idea del progetto e il rinnovo delle sempre attuali domande che don Milani lancia al mondo di ieri come a quello contemporaneo. (r.s.)



