Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli

Domenica 16 luglio, XV del tempo ordinario
(Is 55,10-11; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)

seminatoreGesù racconta alla folla riunita una parabola, su un seminatore: “Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”. Prende spunto dalla bellezza della creazione per farci capire il suo messaggio di salvezza. La parabola è una similitudine, che serve ad illustrare una realtà invisibile come il regno di Dio.
Nella Palestina di Gesù, la semina precedeva l’aratura: si seminava un po’ dovunque, poi si arava. Il terreno rimaneva incolto da maggio a novembre e spesso era attraversato dalla gente, e veniva usato come pascolo per pecore e capre. I vari tipi di terreno possono corrispondere a diverse persone, oppure a momenti diversi della vita di una sola persona. Lungo la strada il seme non ha il tempo di germogliare, neppure penetra nel terreno, resta in superficie e il “maligno”, un uccello, se lo porta via. La strada è il rifiuto categorico di ascoltare, è il non dare nemmeno una possibilità a Dio.
Oggi tanti sono così, preventivamente ostili alla fede, convinti di sapere già ciò che Gesù ha da dire loro, e senza “tempo da perdere”. Il terreno sassoso sono i superficiali: lo Spirito compare, ma non attecchisce, e alla prima difficoltà, al primo essere messi alla prova, viene rifiutato e abbandonato. Sono coloro che accolgono la fede finché fa loro comodo, per prestigio sociale, o anche solo per conformismo.
Nei rovi il seme attecchisce, ma i rovi lo soffocano immediatamente. È chi si approccia a Dio ma con delle riserve: non umani dubbi, ma convinzioni che ci siano comunque cose più importanti. E rapidamente come era comparso, lo Spirito viene spento da altre preoccupazioni. Il quarto terreno dà frutto, pur in proporzioni diverse. Quelli che producono il cento sono coloro che hanno accolto Dio senza riserve, che si affidano a Lui senza timore, pronti a sacrificare la loro proprietà, e anche la loro vita. Quelli che producono il sessanta danno via i loro averi, ma non riescono a donare la vita per Lui. Quelli che producono il trenta hanno accolto Dio, ma non si fidano di Lui al punto da offrire né la loro vita né i loro beni.
La maggior parte dei cristiani oggi, nel nostro mondo civilizzato e “all’avanguardia”, appartiene a quest’ultima categoria. Crediamo, sì, ma consideriamo la pazienza di chi accetta tutto ciò che la vita gli presenta un po’ folle e diseducativa. Nominalmente, confidiamo nel piano di Dio, ma nella realtà sentiamo il bisogno impellente di “correggere” la società intera con le nostre mani. Siamo quelli che, prima di aiutare i poveri e gli emarginati, facciamo manifestazioni perché ci pensino le istituzioni. Siamo quelli che in fondo non vogliono “essere” cristiani, vogliono che lo Stato sia cristiano. Vogliamo essere il seminatore, non il seme, un ruolo troppo ingrato per i nostri gusti. E nel farlo, dimentichiamo che Chi ci ha seminati ha per primo fatto ciò che noi ci rifiutiamo di fare, soffrendo e sacrificandosi per tutti noi.

Davide Furfori

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