Un No alla riforma della Costituzione e un campanello d’allarme per Meloni

In un referendum contraddistinto dall’aumento del tasso di partecipazione, gli italiani hanno respinto la riforma dell’autonomia della magistratura. Ma dal voto emergono segnali politici non tranquillizzanti per la maggioranza di governo, alla sua prima sconfitta in questa legislatura

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con i ministri in un recento intervento al Senato. (Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

Un progetto perseguito per trent’anni su cui gli elettori hanno posto una parola definitiva: la separazione delle carriere dei magistrati, bramata da un parte consistente della politica italiana come soluzione al conflitto di poteri tra politica e magistratura esploso in Italia con la stagione di Mani Pulite, è stata bocciata con il referendum costituzionale di domenica e lunedì scorso.
Un margine ampio (53,74% di No contro 46,26% di Sì) suffragato da un tasso di partecipazione al voto in netta ripresa (58,93%) ha respinto lo storico cavallo di battaglia sfoderato da Silvio Berlusconi come risposta alle inchieste giudiziarie sui rapporti tra politica e imprenditoria dei primi anni ‘90, e legittimato dal garantismo di quella sinistra extraparlamentare degli anni ‘70, in seguito riorientatasi su posizioni spesso moderate o conservatrici, più che progressiste.

La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. (Foto Presidenza del Consiglio dei Ministri)

È plausibile che, come le proposte più impattanti respinte nei due referendum costituzionali del 2006 e del 2016, la separazione delle carriere uscirà dal dibattito per molto tempo, anche se l’eccessivo peso delle correnti in magistratura rimane un aspetto problematico che richiederà, per legge ordinaria, la ricerca di nuove soluzioni.
Secondo Youtrend, una testata specializzata in analisi elettorali, gli elettori hanno votato focalizzandosi principalmente sul merito del quesito e solo secondariamente su considerazioni squisitamente politiche. Non hanno quindi convinto né il sorteggio dei membri dei nuovi Csm (pilotato per i politici, “secco” per i magistrati), che eliminava merito e responsabilità nella conduzione di organi costituzionali, né la prospettiva esplicitata da molti esponenti della maggioranza di ricondurre i pubblici ministeri sotto l’influenza del governo.
Il voto referendario ha comunicato, più in generale, che il livello di gradimento verso la magistratura, pur con i suoi limiti, è comunque più alto rispetto a quello verso la politica, messa in cattiva luce da nuove inchieste giudiziarie che l’hanno riguardata, ed ha segnalato, per la terza volta in vent’anni, una questione di metodo: la Costituzione si riforma con estrema cautela, non a maggioranza, non con un testo dettato dal governo ed escluso dalla discussione parlamentare.
Interessanti appaiono le prime analisi del voto: quello giovanile (demograficamente minoritario ma molto significativo) in larga parte per il No, e quello territoriale, che ha evidenziato una frattura tra il voto delle aree urbane, dove si è registrato il maggior dissenso verso la riforma, e le periferie, in cui ha prevalso il Sì, e che sembra indicare un sostegno molto più flebile alla riforma nelle aree dove ai cittadini è offerto qualche stimolo alternativo a tv e social. Sul piano politico il governo Meloni registra la sua prima vera sconfitta, su un tema sul quale aveva investito moltissimo.

Lo scrutinio delle schede del Referendum di domenica 22 e lunedì 23 marzo (foto ANSA / DANIEL DAL ZENNARO / SIR

È una situazione inedita nella breve storia dei referendum costituzionali: se nel 2006 la riforma Berlusconi venne respinta due mesi dopo la sua sconfitta alle elezioni politiche e se nel 2016 Renzi perse il referendum dopo diverse sconfitte alle elezioni regionali e comunali che evidenziavano la crisi latente del suo governo, lunedì scorso Meloni è stata sconfitta in una fase della legislatura in cui il suo potere e quello della sua coalizione, che governa anche la maggioranza delle regioni e molti grandi comuni, non è mai stato messo in discussione.

Il risultato del referendum costituzionale: ha votato il 58,93% degli aventi diritto

Dai flussi elettorali emerge come siano stati più gli elettori di destra a “disobbedire” alle indicazioni di partito rispetto a quelli di centrosinistra. A un anno e mezzo dalla fine naturale della legislatura, la sconfitta del Sì interroga su cosa pensa l’elettorato in termini di adeguatezza al ruolo di molti membri di governo e di priorità politiche a livello interno – l’appiattimento sui temi della sicurezza e dell’immigrazione eludendo ogni altro problema economico e sociale – ed internazionale, con la sostanziale accondiscendenza a Trump in una fase storica complessa e drammatica.
Meloni, la cui leadership appare ancora solida e capace di terminare la legislatura diventando il governo più duraturo della storia repubblicana, ha per ora il vantaggio di dover competere con un’opposizione che offre di sé un’immagine divisa, priva di parole d’ordine condivise, ancora lontana da un’unità credibile e una leadership indiscussa, come hanno mostrato anche le prime dichiarazioni del dopo voto.
Ma il segnale giunto dal Paese, con una risalita dell’affluenza, attribuita soprattutto al ritorno alle urne degli elettori che non si riconoscono nelle politiche del governo, suona per la destra un campanello d’allarme da non sottovalutare.

(Davide Tondani)