Hannah Arendt: la banalità  del male come  conseguenza  del totalitarismo

In tempi, come quelli odierni, nei quali scopriamo con raccapriccio o rassegnazione, rabbia o cinismo, il riaffacciarsi di violenza esercitata dall’uomo su altri uomini con una spietatezza spropositata rispetto a qualunque obiettivo umano, il suo messaggio scomodo è di estrema attualità per alcuni fondamentali aspetti

A cinquant’anni dalla morte della filosofa Hannah Arendt, avvenuta il 4 dicembre 1975, il suo pensiero è di straordinaria attualità nel contesto attuale. Questo perché la Arendt ha evidenziato nel suo libro “La banalità del male” (1963) i sottili meccanismi con i quali il male si propaga nella storia dell’uomo. Uno sguardo sul problema che non può essere catalogato né come ateo né teologico in senso stretto, se consideriamo la teologia come spiegazione razionale di una scelta di fede, ma che si accosta in modo più consono al pensiero laico curioso e attento alle letture della filosofia e delle tradizioni religiose.
La domanda fondamentale, premessa al lavoro della Arendt, è stata: come era potuto accadere che nella Germania della Repubblica di Weimar si fosse potuto instaurare un regime tanto spietato e tanto lucido nel perseguire fini immorali e che tale macchina del male sia stata sostenuta da tanti tedeschi?
Una domanda che ha provocato riflessioni da parte di teologi come Dietrich Bonhoeffer, di cui è stato celebrato l’ottantesimo anniversario della morte proprio quest’anno, di laici come Primo Levi, di giovani come il gruppo tedesco antinazista de “La Rosa Bianca” e a cui Arendt ha risposto con il suo celebre saggio, scritto dopo aver seguito il processo ad Adolf Eichmann.

Come era potuto accadere che nella Germania
della Repubblica di Weimar si fosse potuto instaurare
un regime tanto spietato e lucido nel perseguire
fini immorali e che tale macchina del male
sia stata sostenuta da tanti tedeschi?

Hannah Arendt (1906-1975) Foto da Wikipedia

In tempi, come quelli odierni, nei quali scopriamo con raccapriccio o rassegnazione, rabbia o cinismo, il riaffacciarsi di violenza esercitata dall’uomo su altri uomini con una spietatezza spropositata rispetto a qualunque obiettivo umano, il suo messaggio scomodo è di estrema attualità per alcuni fondamentali aspetti. In primis nel metodo del ricercare razionalmente le cause di un fenomeno, rifiutandosi di cadere nella semplificazione, sfidando gli accomodamenti etici di chi è portato a dividere gli uomini in buoni e cattivi, in salvati e dannati, nella logica moderna del mi piace/non mi piace: una sorta di sopralapsarismo (la dottrina calvinista per la quale l’uomo non risulta responsabile delle sue azioni, essendo ogni azione predetermina da Dio) occultato nei moderni algoritmi.
In secondo luogo il messaggio di Arendt è scomodo perché la sua analisi giunge ad una conclusione sorprendente, che è il cuore del suo pensiero: uomini estremamente normali, ed in molti casi mediocri come Eichmann, diventano complici di atrocità o addirittura artefici, senza essere spinti da odio o follia, semplicemente perché smettono di pensare.
Per Arendt il pensare diventa categoria propedeutica alla scelta etica e quindi, oltre ai meccanismi di manipolazione già evidenziati da Bonhoeffer e dai giovani della Rosa Bianca, Arendt pone la questione dell’”imparare a pensare” e dei meccanismi sovrastrutturali di potere che limitano l’uomo a farlo. Quindi l’idea morale tradizionale dell’Occidente, che consiste nell’attribuire esclusivamente ai vizi personali il male presente nella storia è per la Arendt lettura parziale e anche fuorviante.
Per la filosofa nel ventesimo secolo abbiamo avuto la prova tangibile che il male è riuscito a radicarsi nel profondo delle nostre anime, si è insinuato nella struttura degli eventi storici, è stato capace di devastare il senso etico comune perché il totalitarismo ha trasformato il male in qualcosa di impersonale.
Il male peggiore, chiamato anche male radicale, concetto espresso dalla Arendt ne “Le origini del totalitarismo (1951)”, non avrebbe più niente a che vedere con motivi umanamente comprensibili come l’egoismo. Avrebbe invece a che vedere con il seguente fenomeno: convincere l’uomo di essere superfluo in questo mondo, in quanto uomo e della superiorità di un certo tipo di uomo rispetto ad un altro.
La linea comune della Arendt con il pensiero di Primo Levi era il constatare che tutto il sistema dei campi di sterminio nazisti era unicamente finalizzato a convincere i prigionieri di essere uomini superflui prima di eliminarli con il gas: era la distruzione delle loro anime prima ancora della distruzione dei loro corpi. Questo male radicale, che la filosofa vede come prodotto inevitabile di ogni totalitarismo, viene commesso spesso da uomini senza movente, da essere comuni che si dimenticano semplicemente di essere persone.

(Stefano Gaffi)