Bramard e Arcadipane nelle trame del “giallo” di Davide Longo

Nel variegato mondo del giallo italiano, nel tempo si sono consolidate realtà geografiche che aggiungono interesse nella inesausta ricerca di originalità per il lettore specifico. Si attraversano regionalismi che ci aiutano a comprenderci meglio per la capacità degli autori di inserire nelle trame tecnicamente ineccepibili il variare dei toni per una completezza appagante.
La Sicilia di Camilleri o Zavatteri, la Lombardia di Scerbanenco o di Olivieri o di Vitali, la Toscana di Malvaldi, Vichi, Nelli, Simi, Gori, l’Emilia di Varesi, Macchiavelli, Lucarelli, la Liguria di Morchio, Manzini tra il Lazio e la valle d’Aosta, Heinechen per l’estremo nord di Trieste, la Sardegna di Todde e chissà quanti altri permettono di approfondire caratteri che nelle situazioni più diverse provocano interessate riflessioni.
Davide Longo è nato a Carmagnola nel 1971 e vive a Torino: partendo dal lontano (geograficamente) “Un mattino a Irgalem” (Marcos y Marcos 2001, Feltrinelli 2019) si è inserito in un contesto piemontese dal 2014 con “Il caso Bramard” (Feltrinelli 2014, Einaudi 2021).
Corso Bramard e Vincenzo Arcadipane sono due poliziotti che a vario titolo hanno attraversato una lunga storia che li ha visti protagonisti e vittime di quello che potremmo chiamare un calvario umano, sentimentale e professionale al limite del sopportabile. In questa ennesima puntata siamo nel 2013 e la situazione ci presenta i due protagonisti che non fanno più parte, almeno ufficialmente, della stessa squadra.
Bramard si è ritagliato un ruolo come insegnante, mentre l’ex collega Vincenzo Arcadipane è ancora in polizia. Ma, come in altri episodi della saga, la collaborazione, forse inusuale, torna ancora una volta. È scomparsa un’artista di fama ed i due vengono coinvolti in un mistero che sembra non dover trovare soluzioni.
Per non farsi mancare niente si presenta un reo confesso come killer seriale producendo altre problematiche. Il nocciolo delle vicende ripercorre ritmi tecnicamente ineccepibili all’interno di situazioni che non possono mancare all’interno del genere narrativo.
Ma qui emerge l’originalità (e la bravura) di Longo che fornisce il materiale classicamente inteso come inevitabile per questo tipo di narrativa e nel contempo agisce sui protagonisti, e i comprimari, con una particolarità che è soltanto sua.
I dialoghi, le riflessioni, le analisi si susseguono in un inarrestabile trascinamento verso le più apparentemente impossibili varianti che il tragico, il grottesco se non il comico ci conducono con apparente leggerezza verso le soluzioni.
Le costruzioni sintattiche, le variabili del linguaggio, le accensioni tonali, la particolarità dei contesti costruiscono un vorticoso esempio che sa unire in maniera inarrivabile il senso della storia per riflessioni che travalicano il puro e semplice contesto dei meccanismi per giungere alla vera letteratura con una sorta di beffarda e quasi diabolica abilità.

Ariodante Roberto Petacco