Ormai da tempo riconosciuta come una delle autrici più interessanti della letteratura francese contemporanea, Maylis de Kerangal si è fatta apprezzare anche da noi attraverso “Riparare i viventi” (2015), “Corniche Kennedy” (2018), “Un mondo portata di mano”(2020), “Canoe” (2022) e “Fuga a Est” (2023).
Personalmente, e forse arbitrariamente, mi riporta alla mente Jean Rouaud, Philippe Djian e Didier Daeninckx, oggi da noi dimenticati o trascurati, che nel tempo mi hanno garantito una continuità con quel “gusto dei francesi” che mi sembra da sempre caratterizzare il cinema d’oltralpe.
In questo “Giorno di risacca” (Feltrinelli pagg.185, traduzione di Maria Baiocchi euro 17) la tranquilla routine di una donna parigina, quarantanove anni, una figlia di vent’anni di cui ha dimenticato il compleanno, un amato (forse) marito, una professione di doppiatrice molto ricercata, con qualche recente difficoltà professionale viene raggiunta da una telefonata da parte della polizia di Le Havre perché uno sconosciuto è stato trovato cadavere sulla spiaggia della città con addosso soltanto un biglietto del cinema col numero del suo telefono annotato.
Con qualche esitazione torna nella città, dove è nata (come la scrittrice stessa) e da dove si è allontanata a vent’anni, per essere interrogata da Zambra, ufficiale di polizia che, come da copione noir, non sembra molto soddisfatto delle evasive risposte della donna.
Simultaneamente per lei e forse inevitabilmente, i pensieri in maniera quasi arruffata la portano in un viaggio in cui, procedendo nella realtà fisica della città, emergono reminiscenze sfilacciate e provocatorie ed anche attraverso incontri occasionali, come con due ucraine in fuga dalla guerra, accendono ricordi al suo passato dove si trovano immagini del dopoguerra della città distrutta da uno dei bombardamenti più feroci del secondo conflitto mondiale.
Pian piano emergono anche situazioni legate a quella giovane età in cui tutte le possibilità sembravano essere raggiungibili, in cui i sentimenti si presentavano colle seduzioni del momento, dove forse qualcosa era stato importante. Costruito sulla scorta di un noir il romanzo vira ben presto verso una direzione di ben altro tenore.
L’occasione non di una semplice ricostruzione di un fatto forse delittuoso ma di un percorso in cui più che la soluzione dell’enigma conta il riflesso sulla persona che è diventata forse anche in virtù di qualcosa che collega la presenza di quel numero di telefono su un biglietto di un cinema.
Già il cinema, quel mistero di realtà e immaginazione che da tanto ci segue e provoca in un impossibile ricongiungimento la sintesi del nostro essere al mondo che qualche volta ci allontana, qualche volta ci avvicina, qualche volta appare sfocato, qualche volta nitido, qualche volta liberatorio, qualche volta respingente.
In fondo la vita e qui tutta la abilità dell’autrice si scatena attraverso un linguaggio di affilata efficacia per proporci una riflessione sul tempo, il nostro, che non è costituito solo al presente, ma merita anche una ricongiunzione col passato.
Il tutto in un giorno, a Le Havre. Non può essere un caso.
Ariodante Roberto Petacco



