Comunioni e cresime si susseguono nelle parrocchie, evidenziando un’adesione spesso solo formale ai percorsi di iniziazione cristiana. Ma con una creatività che accantoni il “si è sempre fatto così”, i sacramenti dei ragazzi possono essere una risorsa per ridare slancio all’Annuncio cristiano

Come di consueto, in questo periodo dell’anno nelle parrocchie italiane ha termine l’anno catechistico e si amministrano prime comunioni e cresime; il tempo di Pasqua coincide con una vera e propria stagione dei sacramenti, che ha come protagonisti i bambini, ma che a titolo diverso coinvolge la comunità dei fedeli e non solo.
Nella nostra Diocesi i sacramenti sono caratterizzati da alcune recenti novità. A fine 2023 con un decreto vescovile è stata sospesa “ad experimentum” per tre anni la figura del padrino/madrina nei percorsi di iniziazione cristiana, mentre nell’ottobre scorso il Vescovo ha dato indicazioni per uniformare l’età della Confermazione nell’anno di frequentazione della classe prima media, come già avviene in altre diocesi.
Un provvedimento, quest’ultimo, a suo tempo spiegato come necessario per rendere omogenee le differenze esistenti tra parrocchie e accolto con favore da chi ritiene che all’età di 11 o 12 anni sia ancora possibile lavorare con i ragazzi in termini di comprensione e di fare esperienza di vita cristiana, ma che ha lasciato perplessi quanti guardano alla realtà delle tante parrocchie che non hanno la possibilità di offrire un dopo-cresima, con il rischio che si crei un vuoto molto precoce nella formazione cristiana di ragazzi e ragazze.
Tra i dubbiosi si registra anche la preoccupazione per un’offerta di pastorale giovanile – nelle parrocchie che riescono a strutturare la proposta – eccessivamente anticipata e fuori target.
È auspicabile quindi che con uno stile sinodale la Chiesa diocesana sappia fare un bilancio, dopo una congrua sperimentazione, della decisione presa. Ma il conferimento dei sacramenti offre lo spunto anche per altre riflessioni che si intrecciano con la vita delle comunità cristiane.
La sensazione, suffragata dall’osservazione diretta ma anche dal confronto con parroci e operatori pastorali, è che ci si trovi di fronte, già da anni, ad una partecipazione ai percorsi di iniziazione cristiana figlia della tradizione e del costume, piuttosto che di un’adesione delle famiglie ad un percorso di fede.
I segni di questa tendenza sono evidenti: il catechismo per molti genitori deve adattarsi agli altri impegni sportivi o formativi dei bambini, ritenuti prioritari dalle famiglie e comunque organizzati ignorando completamente calendari e tempi della dimensione religiosa; le messe domenicali dedicate ai bambini, nelle parrocchie dove vengono celebrate, si contraddistinguono per il numero elevato di genitori che attendono sul sagrato la fine del rito, senza prendere parte alla celebrazione; per arrivare, infine, al giorno del conferimento del sacramento, quando diventano palesi i segni di un diffuso “analfabetismo liturgico” che si riscontrano nelle modalità di partecipazione alla celebrazione da parte dei convenuti, a danno di un adeguato clima di raccoglimento spirituale.
Tutto negativo, dunque? Non necessariamente, se si osserva la realtà da un’altra prospettiva. Nonostante i problemi evidenziati, conseguenze di una secolarizzazione in fase avanzata, le adesioni alle scuole di catechismo e la domanda di sacramenti, a partire dai battesimi, sono ancora alte, in rapporto al numero di bambini.
Questo elemento può trasformarsi in una risorsa per riavvicinare adulti ad un cammino di fede o a mantenerli comunque in contatto con la Chiesa. I modi con cui farlo dipendono da ogni singola realtà e le forme devono scaturire da quella “creatività nell’Annuncio” che sembra essere il punto debole di realtà ecclesiali ingessate nel “si è sempre fatto così” e nel “non c’è più la fede di una volta”.
Processi di questo tipo nascono dal coinvolgimento dei genitori nel percorso di iniziazione cristiana non solo nelle riunioni operative per la scelta di fiori, fotografo e saio e, dall’altro lato, smettendo di identificare la parrocchia con il parroco (che sempre più spesso non c’è) ma come una comunità dove anche i laici vengono investiti di compiti e responsabilità.
È insomma una Chiesa sinodale quella che può rigenerare il significato più autentico dei sacramenti e, partendo da questi, intraprendere percorsi di rievangelizzazione in una società che forse ha smarrito il senso del sacro ma che è sempre alla ricerca di segni di speranza.
L’alternativa è quella di prime comunioni ridotte a pur belle feste famigliari con contorno di bomboniere e ristoranti e a cresime come sacramenti dell’addio all’esperienza cristiana.
(d.t.)



