Una maggiore integrazione  economica e politica dell’Europa per sopravvivere all’era dei dazi

Le nuove barriere tariffarie di Trump contro l’Europa. Un provvedimento in apparenza economico ma in realtà guidato da obiettivi di politica interna ed estera. I dazi imposti indicano la vera essenza di un sovranismo del “tutti contro tutti”

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I dazi di Trump, inevitabili dopo averne fatto un cavallo di battaglia per un lungo anno di campagna presidenziale, alla fine sono arrivati. I calcoli stravaganti per determinare l’aliquota dell’imposta sulle importazioni, la lavagnetta anni ‘80 usate da un uomo del passato rappresentante di un mondo passato, i toni da “giorno della liberazione”, hanno mirato a sollevare il polverone mediatico a cui le estreme destre di tutto il mondo ci hanno abituato, per nascondere il fatto centrale della narrazione trumpiana: i dazi appena elevati da Washington economicamente non servono a nel primo mandato di Trump nei confronti della Cina, molti dei quali mantenuti da Biden, non hanno impedito di far crescere le importazioni dal paese comunista fino al 2022, quando il gigante asiatico subì un rallentamento economico non correlato alle tariffe americane.
La logica che ha spinto la Casa Bianca ha istituire i dazi è tutta politica. Sia guardando all’interno della società statunitense, impoverita dalla delocalizzazione industriale nei Paesi più poveri, generando la rivolta degli “sconfitti della globalizzazione” che guardano al leader populista per resuscitare il sogno americano, sia guardando alle relazioni con gli altri Stati, dove i rinati contrasti imperialistici, in cui la conquista territoriale è tornata ad essere centrale (Ucraina da un lato, Groenlandia e Panama dall’altro, in attesa di capire che farà Pechino con Taiwan) fanno delle tariffe uno strumento di potere tra Stati.

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La riproposizione di un mercantilismo seicentesco, che avrà come conseguenza economica principale l’aumento dell’inflazione, serve dunque in termini esclusivi di proiezione di potenza: promettere una forte reindustrializzazione sul fronte interno e di ottenere vantaggi negoziali sul fronte estero.
Certo, dal punto di vista chi li subisce, le barriere alle esportazioni rappresentano un colpo duro. La Banca d’Italia prevede che nel 2025 la crescita del Pil italiano sarà dello 0,6%, in calo rispetto allo 0,8% previsto a dicembre 2024, mentre nel prossimo anno la crescita stimata sarà dello 0,8%, in calo rispetto all’1,1% previsto a fine 2024, con quel che ne conseguirà in termini di occupazione e disavanzo pubblico.
Non a caso, non vi è stata organizzazione di categoria che non si sia precipitata a lanciare il suo grido di allarme per le barriere commerciali annunciate dalla Casa Bianca. Gli inviti alla calma di Meloni, che mentre il settimanale va in stampa potrebbe partire per Washington per chiedere a Trump un occhio di riguardo nei confronti dell’Italia, non riescono a nascondere che l’internazionale sovranista alla prova dei fatti è la contraddizione in termini che in molti già denunciavano.
Sovranismo vuole dire tutti contro tutti, al di là delle affinità ideologiche. E il Made in Italy che il governo intende promuovere ne viene pesantemente danneggiato. L’assenza di un mercato interno capace di consumare le minori esportazioni, a causa di poteri d’acquisto limitati dalla crisi dei salari, complicherà la situazione.

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Ma forse farà aprire gli occhi su un trentennio in cui, finita l’era della svalutazione della lira, le imprese italiane competevano a livello internazionale svalutando il lavoro anziché facendo investimenti in produttività (innovazione, ricerca, etc.).
In un quadro così preoccupante l’unico elemento positivo è quell’integrazione europea tanto invisa ai sovranisti, senza la quale l’Italia sarebbe sola davanti al gigante statunitense. L’Unione, a cui sono assegnate le deleghe in tema di commercio internazionale, può invece comportarsi da gigante economico.
Il tema è però come agire. Dazi di ritorsione potrebbero complicare le cose. Per i produttori europei, che hanno necessità di importare materie prime (petrolio, gas) e semilavorati dagli Stati Uniti stessi. Ma soprattutto perché le guerre commerciali sono sempre foriere di guerre armate, a maggior ragione in una fase storica in cui i venti bellici soffiano impetuosi.
Quindi, i “controdazi” potrebbero servire solo se si è convinti che possano essere utili a fare tornare Trump a ragionare. Altrimenti meglio percorrere altre vie. Ad esempio quella di una politica monetaria accomodante, se la Germania abbandonasse le ossessioni rigoriste che da sempre accompagnano questo argomento; oppure quella di trovare altri mercati di sbocco (e le conseguenti intese politiche): partendo da Canada, Regno Unito e Australia, e transitando per il Sud globale, senza parlare della Cina, che meriterebbe un discorso a parte.
Ma soprattutto, di fronte al nuovo corso trumpiano, sarebbe essenziale eliminare le barriere commerciali ancora esistenti dentro la Ue per fare dell’Unione un vero soggetto economico e, a questo punto, un vero soggetto politico, con un fisco unico che abbatta i paradisi fiscali interni, una difesa comune, un Parlamento con più poteri: obiettivi ben diversi da quelli che l’Europa sembra volersi dare.

Davide Tondani