Rocco e Lia, due vite viste da Emanuele Trevi

Questa volta il sublime valore dell’amicizia non passa dentro l’intreccio di una storia e personaggi d’invenzione; le Due vite del libro, edito da Neri Pozza, con cui Emanuele Trevi ha vinto il Premio Strega 2021, sono persone vere, che l’autore conosce bene, presenti sulla strada, con la faccia sui giornali visibile a tutti, la firma sui loro scritti.
Rocco Carbone è nato nel 1962, ha vissuto in Calabria, a Cosoleto prima di incontrare a Roma lo scrittore Emanuele Trevi e diventarne l’amico per sempre, anche se non era stato facile comunicare con lui, presenza viva e concreta con cui confrontarsi, chiedere un giudizio anche dopo la morte precoce per un banale urto della sua moto. Rocco ha per mestiere le proprie passioni artistiche, che lo animano come le Erinni del mito greco: iscritto a Lettere, fa un corso di drammaturgia tenuto da Eduardo De Filippo che gli sta antipatico, si riconosce invece nel “misero e pertinace” commissario Ciccio Ingravallo del “Pasticciaccio” di Gadda, che come Rocco arriva a Roma da un Meridione opaco, “un retroterra di grigiore sociale e culturale” salvabile soltanto col “decoro del contegno e una scienza pessimista e disillusa del cuore umano”.
Pia Pera è legata a Rocco e a Trevi da amicizia “trasparente e felice come accade quando Eros, quell’ozioso infame, non ci mette lo zampino”. È lucchese, fa traduzioni (ottima la resa in lingua italiana leggera e lirica dell’Eugenij Onegin di Puskin) e studia letteratura russa, vive a lungo a Mosca quando l’Urss è in dissoluzione, scrive libri di “letteratura naturale” sulla cura del giardino, altra sua passione. Lia “fa vincere l’anima” sul male della storia e sul male del corpo che porta pure lei a morte precoce ma non si fa trascinare via dal nulla. Ha stupore per la bellezza, valore fortissimo al pari dell’amicizia. Lavora per educare alla bellezza imparando a prendersi cura delle piante, a creare un luogo capace di esprimere in pienezza la propria esistenza.
I tre amici si erano ritrovati insieme a Parigi a vedere al Museo d’Orsay il quadro di Courbet “L’origine del mondo”: è una donna nuda, è la porta della vita. Quel giorno fu importante nella loro amicizia e nella rivelazione di un canone estetico: il bello dell’arte è la libertà suprema senza retorica, è il muoversi verso l’essenza, dare il senso esatto delle parole senza ambiguità per affermare in questa esattezza chiari vincoli morali. Sono pensieri luminosi e necessari per redimerci dai tanti ciarlatani del nostro tempo che parlano dappertutto e a tutte e ore senza dire niente di sostanza.
Il quadro di Courbet “L’origine del mondo” è richiamato nell’ultima sera in cui Emanuele Trevi è stato accanto a Lia: le cose vanno chiamate col loro nome in piena libertà, come Courbet aveva dipinto la donna nuda in tutta la sua carnale evidenza portatrice di vita; anche Lia scrive della sua paura della morte, lei che aveva sempre creduto di non averla.
Poesia di vita vissuta in questo libro che merita l’autorevole Premio Strega votato da 589 persone avventi diritto, non assomiglia a nessun altro romanzo perché intende abolire i confini tra opera letteraria e vita e gradualmente rivela le verità nascoste dell’esistenza e le rende vicine al sentire di tutti.
L’autore, nato a Roma nel 1964, è figlio di Mario Trevi psicoanalista junghiano, marito della scrittrice Chiara Gamberale, già vincitore di un premio letterario dell’Unione europea. Con parole asciutte, a volte ironiche, Emanuele Trevi si esprime in una quasi “prosa d’anima”e trova la giusta distanza per dare la storia di quelle “due vite” nella loro unicità, scrivendone ha portato vita nel loro morire mentre svela di sé pensieri e sentimenti.

Maria Luisa Simoncelli