Stanno per arrivare al termine gli sforzi degli scienziati di tutto il mondo per la preparazione del vaccino anti Covid-19
Il virus SARS-CoV-2 identificato nel 2019 è un virus “giovane” di cui è difficile al momento prevedere il tipo di risposta immunitaria prodotta, pertanto le strategie vaccinali adottate risultano molto diversificate fra loro. Nei riquadri all’interno di questo articolo vengono spiegate sia le tipologie di vaccini oggetto di studio, sia le procedure rigorose, scandite in tre fasi, che un vaccino deve affrontare e superare per dimostrare di non nuocere all’uomo e di essere efficace nel contrasto al virus. Lo sviluppo del vaccino è, quindi, un processo lungo, che normalmente richiede dai 2 ai 5 anni e rilevanti investimenti economici. Se il vaccino risulta sicuro ed efficace, deve poi rispondere a tutti i requisiti regolatori e ottenere l’approvazione.
Studio e sviluppo di un vaccino
Per arrivare allo sviluppo di un vaccino occorrono vari rigorosi passaggi: valutazione in vitro delle componenti dell’agente che andrà a costituire la componente attiva del vaccino; fase preclinica in cui viene testata la risposta immunitaria e/o i meccanismi avversi su organismi viventi complessi non umani; sperimentazione clinica che si realizza in 3 fasi, in base al modello sperimentale adottato, la quantità di componente somministrata e la numerosità del campione di popolazione coinvolta.
La prima fase prevede la somministrazione del vaccino sull’uomo (in un numero di soggetti molto ridotto) per valutare la tollerabilità e la sicurezza del prodotto. Se si ottengono risultati positivi, nella seconda fase il vaccino viene somministrato ad un numero maggiore di soggetti (ma sempre esiguo) per valutare la risposta immunitaria prodotta, la tollerabilità, la sicurezza e definire le dosi e i protocolli di somministrazione più adeguati.
Infine, se anche questo passaggio mostra risultati soddisfacenti, nella terza fase il vaccino viene somministrato a un numero elevato di persone allo scopo di valutare la reale funzione preventiva del vaccino.

Nell’attuale emergenza innescata dalla pandemia, i tempi sono stati ridotti (tra 12 e 18 mesi), con team di esperti di tutto il mondo che lavorano per aumentare la velocità nel trovare un candidato efficace. Inoltre, trattandosi di un’emergenza sanitaria che interessa tutto il mondo, la capacità di produzione dovrebbe essere garantita prima del termine degli studi clinici e ripartita globalmente per garantirne anche un’equa distribuzione. A tal proposito, l’OMS ha riunito leader mondiali e partner sanitari, compresi quelli del settore privato, in un’iniziativa mirata ad accelerare lo sviluppo e la produzione del nuovo vaccino anti Covid-19, di test e trattamenti per consentire un accesso equo a tutti i Paesi.
Al momento, diversi vaccini sia di tipo a RNA che di tipo proteico sono già in fase 3; di conseguenza è lecito sperare in una prossima conclusione e approvazione della sperimentazione, col passaggio alla loro distribuzione, dato che la produzione è già iniziata. Per quanto riguarda la distribuzione del vaccino è noto che per uno dei vaccini a RNA un vincolo molto importante è la sua corretta conservazione del -70°C e il mantenimento della “catena del freddo” durante il suo trasporto e stoccaggio. Questo vincolo potrà rappresentare un ostacolo oltre che per i Paesi in via di sviluppo anche per i Paesi occidentali per oggettiva difficoltà nel reperire la strumentazione necessaria.
Diversa è la situazione per i vaccini proteici che si conservano a -4°C. Qualunque sia il vaccino reso disponibile, sarà di fondamentale importanza una comunicazione efficace e trasparente da parte della Autorità Sanitaria.
In particolar modo se il vaccino prevede due dosi, la popolazione dovrà essere informata di alcuni possibili effetti collaterali, come febbre e dolori, che potrebbero verificarsi dopo la prima dose ma che, come riportato da volontari della fase 3, spariscono dopo un giorno.
Le tre tipologie di vaccini
– Vaccino a RNA: una sequenza di RNA sintetizzata in laboratorio che, una volta iniettata nell’organismo umano, induce le cellule a produrre copie della proteina spike (alla lettera ‘punta’) del virus e queste stimolano il corpo a produrre anticorpi attivi contro il virus.
– Vaccino a DNA: simile al vaccino a RNA. Si introduce un frammento di DNA sintetizzato in laboratorio in grado di indurre le cellule a sintetizzare una proteina simile a quella verso cui si vuole indurre la risposta immunitaria.
– Vaccino proteico: utilizza proteine o frammenti di proteine del virus prodotte in laboratorio che, iniettate nell’organismo, combinate con sostanze che esaltano la risposta immunitaria induce la risposta anticorpale da parte dell’individuo.
Bisogna rendere consapevoli i pazienti che potrebbero non sentirsi benissimo dopo la prima dose, ma che devono tornare per la seconda per non vanificare gli effetti della prima inoculazione, che non è sufficiente da sola per indurre la risposta immunitaria. Questo anche perché, di certo, non siamo in una situazione in cui possiamo permetterci di buttare via dosi di vaccino.
Un’ultima considerazione non meno importante: affinché la vaccinazione dia i risultati attesi, dovrà essere vaccinato oltre il 60% della popolazione. Solo a questa condizione possiamo pensare di riappropriarci delle nostre vite così com’erano prima del Covid e non temere che una nuova ondata infettiva ci travolga. Vaccinarsi, quindi, non solo è un atto di responsabilità verso se stessi ma espressione di coscienza civile.
Dott.ssa Stefania Lombardi
Responsabile SSD Analisi Chimico Cliniche e Biologia Molecolare
Ospedale Apuane





