Dal lavoro “agile” un contributo contro il declino della Lunigiana?
Computer, telefono, carta e penna. Una postazione tipica di chi applica lo smartworking dalla propria abitazione
Computer, telefono, carta e penna. Una postazione tipica di chi applica lo smartworking dalla propria abitazione

La mini-inchiesta condotta la settimana scorsa sull’andamento del lavoro a distanza in Lunigiana durante la fase acuta della pandemia, apre ad una riflessione: che impatto potrebbe avere sulla società locale il lavoro a distanza, se utilizzato in modo permanente? Nelle grandi aree metropolitane, il lavoro “in presenza” nel settore terziario avanzato, alimenta un ciclo di consumi (bar, piccola ristorazione, manutenzione dei mezzi di trasporto privato, abbigliamento) che altrimenti sarebbe fortemente ridimensionato, al pari del valore degli immobili di interi quartieri destinati al settore dei servizi. Non è un caso se il sindaco di Milano ha recentemente caldeggiato un ritorno al canonico lavoro in ufficio, indifferente all’efficacia che questa formula lavorativa ha dimostrato contro smog e congestione viabilistica. Ma altra cosa sono le aree interne del Paese, quei territori più distanti dai servizi essenziali quali istruzione, salute, mobilità: 4 mila comuni e 13 milioni di abitanti secondo alcune ricerche, dove un uso sistematico del lavoro agile potrebbe aprire a scenari inediti. Prendiamo il caso della Lunigiana. Rielaborando i dati del censimento della popolazione del 2011, disponibili sul sito di Istat. Si tratta di numeri “datati” ma rappresentativi della realtà odierna: su 56 mila abitanti censiti, ben 12 mila dichiaravano di spostarsi dal comune di residenza quotidianamente per motivi di lavoro o di studio. La disaggregazione dei dati non consente di conoscere la meta dello spostamento, ma tuttavia è facilmente intuibile che, al di là degli spostamenti interni alla Lunigiana, una fetta maggioritaria dei 9.642 spostamenti per lavoro (i rimanenti 2.423 riguardano spostamenti per motivi di studio secondario o universitario) aveva come meta i comuni capoluogo dell’area – La Spezia, Massa, Carrara, Parma – oppure aree più distanti dalle quali si rientra nel fine settimana: la Lombardia, Genova, l’area emiliana.

TabellaChe effetti avrebbe sul tessuto economico e sociale lunigianese un consolidamento dello smart working per 2-3 giorni alla settimana per tutte le posizioni impiegatizie e delle lezioni a distanza per tutti gli studenti universitari? Si tratterebbe – la stima è prudenziale – di un migliaio di studenti universitari e 2-3 mila lavoratori che per una parte della settimana, lavorando da casa o da un ufficio di coworking, risparmierebbero un tempo viaggio talvolta estremamente lungo; consumerebbero i pasti a casa, dirottando sul commercio locale una quota della spesa alimentare altrimenti spesa altrove; risparmiando sui costi di viaggio avrebbero una rivalutazione del proprio potere di acquisto; avrebbero un tempo maggiore per il lavoro di cura di infanzia e anziani o per partecipare ad attività sociali, prendersi cura di piccole proprietà altrimenti in abbandono. Non solo: la possibilità di lavoro in remoto potrebbe calamitare in Val di Magra tante persone (di origini lunigianesi ma non solo) che ambirebbero ad allontanarsi dai grandi centri urbani, senza dovere intraprendere la dura vita del pendolare. Insomma: il lavoro agile genererebbe un circolo virtuoso e darebbe un contributo alla tenuta sociale, economica e demografica ad una vallata in cui l’incentivo a spostarsi verso il fondovalle o verso i capoluoghi – o direttamente ad emigrare – è sempre maggiore. Ma perché questo accada c’è bisogno di una politica capace di visione: non solo quella nazionale, a cui spetta di favorire con leggi e incentivi lo smart working, ma anche di quella locale. Sta a chi amministra il territorio il compito di operare affinchè la Lunigiana possa essere dotata ovunque di un accesso alla Rete al passo con i tempi e di creare uffici di coworking che gli enti locali potrebbero mettere a disposizione non solo dei lavoratori dipendenti, ma anche di giovani imprenditori che con poco capitale iniziale necessitano di un “incubatore” a basso costo per la propria start-up. Non si tratta di teorie irrealizzabili, ma di progetti che in altre parti dell’Italia “minore” sono già adesso realtà di successo. (Davide Tondani)

A Bardi la conversione telematica è già realtà

Uno dei casi di rivitalizzazione grazie alla telematica di un territorio a rischio declino si trova a due valli di distanza della Lunigiana, a Bardi, Appennino parmense. “Anima” della riconversione telematica della Val Ceno è stato Andrea Pontremoli, bardigiano, già presidente di Ibm Italia e ora ad di Dallara, fabbrica di auto da corsa di fama mondiale, fondata nella vicina Varano Melegari. Capace di proporre in epoca pionieristica un progetto convincente, la banda larga a 800 metri di quota è arrivata con un investimento iniziale da circa un milione di euro da parte di Regione, Provincia e dell’allora Comunità Montana. L’investimento digitale ha portato alla creazione a Bardi, una decina di anni fa, di cinque nuove imprese con la creazione di 43 posti di lavoro in loco, che hanno anche attirato nuovi lavoratori da fuori vallata: si va dalla Archivistcoop, che si occupa della promozione commerciale per Coop Italia, al portale dei bed and breakfast regalamiiltuosogno.it, fino alle realtà nate nell’incubatore di imprese locale: la BardiServizi (call center) e la Di Bardi srl (tecnologia telefonica). Della digitalizzazione ha beneficiato anche la scuola: con il progetto Scuola@Bardi, avviato nel 1999, si permette agli alunni bardigiani del primo biennio delle scuole superiori di frequentare direttamente da Bardi per tre giorni alla settimana, anziché negli istituti di Fornovo (40 km) o Borgotaro (30 km), le lezioni di italiano, storia, inglese, matematica, evitando loro una lunga trasferta. Nei primi dieci anni hanno fruito del progetto 100 giovani; il progetto è in questi mesi oggetto di un rilancio, dati anche gli ottimi risultati in termini di apprendimento. A Bardi la sfida al declino della montagna non è stata vinta, progetti di riconversione come questi hanno un respiro di lungo periodo e incontrano non poche difficoltà, ma nel breve periodo il calo demografico è stato parzialmente tamponato.