Le cronache, i commenti e le iniziative nel nostro comprensorio a seguito del disastro del 26 aprile 1986

Il primo maggio 1986 l’Italia si svegliò sotto un sole primaverile, ma con un’ombra invisibile che incombeva; la nube radioattiva, partita dal reattore 4 di Chernobyl sei giorni prima, era arrivata sulle Alpi, portando con sé una miscela di Iodio-131 e Cesio-137. Quella che iniziò come una notizia confusa dall’Est divenne rapidamente un’emergenza nazionale che avrebbe cambiato per sempre il volto dell’Italia.
Così come tutta la nostra nazione, anche la Lunigiana visse quei giorni e quei mesi che seguirono con preoccupazione anche a causa delle notizie frammentarie e confuse, come testimoniano gli articoli che uscirono sul nostro settimanale nei giorni successivi al tragico evento.
Il primo articolo “Il silenzio sul nucleare è troppo pericoloso”, uscì subito a ridosso dell’episodio, a firma dell’allora direttore Giulio Armanini, il quale sottolineò come “L’Urss ha taciuto, i servizi segreti americani sapevano ma se ne sono stati zitti. È stato necessario che entrassero in funzione le strutture di emergenza degli Stati della Penisola Scandinava”.

Ulteriori riflessioni politiche vennero poi svolte nelle settimane successive, da altre firme storiche del nostro giornale prima da Angelo Ferdani con il pezzo “Chernobyl: responsabilità di un regime” e poi da Antonio Ricci “Da Chernobyl una lezione” che intuì che “Chernobyl è destinato ad essere uno di quei nomi fondamentali per la storia dell’umanità” interrogandosi su una natura che da “sorella” diveniva “matrigna” e con la conclusione che c’era la necessità che l’umanità “accetti di ripensare i modelli di sviluppo venutisi a delineare soprattutto dopo la Seconda guerra Mondiale”.
Riflessioni che erano figlie di una situazione di tensione che si respirava sulla pelle di tutti, con le raccomandazione di non bere latte, di limitare l’uso della verdure, specialmente quelle a foglia larga, e di non mandare i bambini all’aria aperta o nei campi. Insomma comportamenti che andavano contro le normali abitudini di tutte le famiglie e le persone.

Una popolazione che esigeva quindi risposte e rassicurazioni come quelle testimoniate dall’articolo “Radioattività sotto controllo” che racconta come l’amministrazione di Pontremoli allora guidata da Giampiero Bertoni emanò due comunicati: il primo del 3 maggio che evidenziava come non fosse stato segnalato “alcuna variazione della radioattività naturale” e il secondo del 6 maggio dato lo stesso risultato negativo sulle acque con le indagini che avevano rilevato “la totale assenza nelle acque di ogni traccia di radioattività”.
Ma, ad un mese dal tragico evento, la situazione era tutt’altro che tranquilla. Il primo giugno venne infatti diffuso un comunicato dell’Usl e dei sindaci della Lunigiana in cui si sottolineava come vi fossero “Ancora rischi per latte e miele”, con il consiglio di non somministrare ancora, ai bambini al di sotto dei dieci anni, latte vaccino e il miele di nuova produzione. Anche a causa dei valori di contaminazione da Iodio 131, rilevati dall’Istituto di Fisica Sanitaria di Carrara, ritenuti “non pericolosi ma degni di attenzione”.
Il comunicato chiedeva uno stop del consumo di latte e miele di almeno quindici giorni, ma in realtà durò solo una settimana quello del miele in quanto gli apicoltori locali nel frattempo avevano inviato una serie di campioni a Roma, dove venne certificato che il “miele lunigianese non è radioattivo”.
(r.s.)



