A Sulmona si celebra la “Madonna che scappa”, a Firenze il rito dello “della colombina”, per non parlare delle tradizioni gastronomiche locali

Ogni anno, tra marzo e aprile, la luce cambia, l’aria si fa più mite e i giorni si allungano: un passaggio che tutti avvertiamo, anche senza nominarlo; la Pasqua si colloca proprio qui: non solo festa religiosa ma un momento culturale e umano in cui natura, memoria e tradizione si intrecciano. Non ha una data fissa: per stabilirla si segue una regola precisa, definita nel Concilio di Nicea.
Si prende a riferimento l’equinozio di primavera (fissato al 21 marzo), si individua la prima luna piena successiva e, a partire da lì, si sceglie la domenica subito seguente. Ma se la luna cade di domenica, la Pasqua slitta a quella dopo: così può cadere tra il 22 marzo e il 25 aprile.
Intorno a questa festa si è costruito nei secoli un patrimonio ricco di riti e tradizioni, spesso molto diversi tra loro ma accomunati da un senso profondo.

Per esempio in Abruzzo, a Sulmona, si celebra la “Madonna che scappa”, realizzando un sorprendente incontro tra la Madre e il Figlio Risorto. La statua mariana, “invitata” dalle statue di San Giovanni e San Pietro, esce nella piazza principale con abito nero ma, alla vista della statua del Risorto, viene fatto cadere il manto scuro e da esso escono le colombe simbolo di pace. La Vergine rimane con abiti più vivaci e la statua è portata “in corsa” verso quella del Figlio.
A Firenze invece la mattina di Pasqua è segnata da uno dei riti più spettacolari e identitari: il cosiddetto “volo della colombina”, cuore del più ampio “scoppio del carro”. All’interno della Cattedrale di Santa Maria del Fiore, durante la S. Messa, una piccola colomba meccanica parte dall’altare maggiore e percorre la navata lungo un filo fino a raggiungere il grande carro, il “Brindellone”, posto all’esterno. Da lì si accende un complesso gioco di fuochi d’artificio. Il buon esito del volo e dell’accensione è tradizionalmente interpretato come segno favorevole. Le origini del rito risalgono al Medioevo e si legano al ritorno del fuoco ritenuto “benedetto”.

Ancora oggi ciò che colpisce è la partecipazione collettiva e il senso di attesa condivisa, quasi un respiro comune della città. Nei piccoli centri, come in Lunigiana, prevale certamente una dimensione più raccolta, fatta di gesti semplici e comunitari, dove il valore della tradizione si intreccia con la vita quotidiana. E proprio la vita quotidiana trova nella tavola uno dei suoi momenti più significativi.
Dopo la sobrietà della Quaresima, la Pasqua segna un ritorno all’abbondanza e alla condivisione. Nelle nostre zone, l’agnello resta il piatto simbolo: cucinato arrosto, alla cacciatora o, un tempo, nei “testi” con le patate, conservando un forte legame con la tradizione biblica e contadina.
Accanto ad esso trovano spazio le varie frittate che raccontano una cucina legata al territorio e alla stagione, fatta di raccolta e di saperi tramandati.

Ma anche l’arte racconta la Pasqua con immagini celebri che, seppur non sempre note, appaiono comunque suggestive. Tra queste la “Resurrezione” di Luca Signorelli, conservata nel Duomo di Orvieto, che propone una scena intensa e dinamica: i corpi si rialzano e il confine tra morte e vita appare come una tensione ancora in atto. Non c’è solo il trionfo ma il movimento che lo precede, quasi a ricordare che ogni rinascita è anche fatica e trasformazione.
E dall’arte si passa alla letteratura dove il tempo pasquale è presentato con toni diversi. È il caso di Giovanni Pascoli che ha saputo leggere nella primavera un risveglio discreto e misterioso. Nei suoi versi la natura non esplode ma sussurra: un filo d’erba, un canto d’uccello, una luce che cresce piano. È una sensibilità vicina alla nostra esperienza: la percezione che qualcosa cambi, senza clamore, ma in profondità.
La Pasqua allora si presenta come un tempo complesso e ricco, in cui convivono dimensioni diverse: quella religiosa ma anche quella culturale, sociale, familiare. È un momento in cui i gesti si ripetono ma non sono mai identici, in cui le comunità si ritrovano, in cui il passato continua a parlare attraverso le abitudini.
Tra i borghi e le colline della Lunigiana, questo tempo conserva ancora un ritmo particolare. Non c’è bisogno di grandi parole: basta osservare la luce che cambia, ascoltare i suoni che tornano, partecipare a un gesto condiviso.
Forse è proprio qui il segreto più profondo di questa festa: nel riconoscere che il tempo non è solo ciò che passa, ma anche ciò che ritorna. Dentro questo ritorno si nasconde ogni anno una possibilità nuova. Una possibilità che si fa occasione per vivere la Pasqua, in famiglia e nella fede.
Fabio Venturini



