
Le vicende degli ultimi giorni hanno fatto sì che si riaccendessero i riflettori su un paese, l’Iran, del quale altrimenti siamo abituati a parlare solo saltuariamente. Non possono però non tornare alla mente le immagini delle grandi proteste del 2022, a seguito della morte della studentessa Mahsa Amini.
Arrestata e uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente l’hijab, il tradizionale copricapo islamico, la sua storia è ancora oggi una ferita aperta. Non è quindi soltanto da pochi giorni, bensì da diversi anni che il popolo iraniano è in lotta.
Ma in particolare, lo sono le donne iraniane, che oltre alla mancanza di libertà politica e personale, rifiutano un sistema basato su una continua discriminazione ed oppressione.
Un simbolo di questa opposizione è senz’altro l’attivista Narges Mohammadi. Nel 2010 viene arrestata per aver aderito al Centro dei Difensori dei Diritti Umani, un’associazione a tutela dei dissidenti politici. La sua è una storia di continui arresti, in totale dodici, e condanne che complessivamente la hanno punita con più di trent’anni di reclusione e centocinquantaquattro frustate.

Trattenuta per molto tempo nel carcere di Evin (lo stesso nella quale lo scorso anno è stata incarcerata anche la giornalista Cecilia Sala), è lì che riceve la notizia dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace 2023, “per la sua lotta contro l’oppressione delle donne in Iran e per promuovere i diritti umani e la libertà per tutti”.
Una lotta che continua tutt’ora: rilasciata per ragioni mediche nel 2024, è del dicembre scorso l’ennesima sua incarcerazione.
Vi sono poi donne che si sono fatte sentire anche dall’estero, attraverso un percorso di studio e di carriera che le ha rese voci autorevoli e stimate. È questo il caso di Azar Nafisi. Nata a Teheran nel 1948 in una famiglia inserita nell’ambiente politico (il padre sindaco della capitale, la madre deputata al parlamento), riceve un’istruzione occidentale, svolta per lo più tra Regno Unito, Svizzera e Stati Uniti, luogo nel quale si laurea in Letteratura.
Tornata in Iran nel 1979 come insegnante di Letteratura inglese all’università di Teheran, grazie alla sua educazione non può che divenire subito un’oppositrice del regime da poco instauratosi.

Per aver infranto le norme relative all’abbigliamento viene prima sospesa dall’insegnamento, poi nel 1995 definitivamente espulsa. Ciò la porta a tenere seminari e lezioni alle migliori studentesse direttamente a casa sua, per insegnare loro quanto la letteratura possa essere una forma vera di opposizione.
È lei stessa a metterlo in pratica quando, trasferitasi negli Stati Uniti, nel 2003 pubblica il romanzo Leggere Lolita a Teheran, che diventa il suo maggior successo.
Interessante è poi la storia di Pegah Moshir Pour, poiché essendo nata nel 1990 ci racconta il punto di vista di una generazione diversa. Trasferitasi in Italia dall’Iran all’età di nove anni, diventa nota grazie alla pubblicazione del libro La notte sopra Teheran: la sua è una delle voci più ascoltate nella battaglia per l’emancipazione delle donne iraniane. In una sua visita all’università della Basilicata, ateneo nella quale la stessa Moshir Pour ha conseguito una laurea in Ingegneria edile, il presidente Sergio Mattarella ha voluto salutarla ed elogiarne l’impegno. Mattarella ha poi ricordato che “in qualunque comunità la libertà non è effettiva se non è appannaggio di tutti”. Ebbene, l’esempio delle donne iraniane con la loro lotta ci dimostra quanto questo sia vero.
Mattia Moscatelli



