Una nazione dalla storia antichissima oggi ancora vittima della mancanza di libertà, di forti repressioni e di proteste sedate a prezzo di migliaia di morti. Dal breve goveno di Mohammad Mossadeq, nominato primo ministro nel 1951, ai tanti interventi esterni per il controllo su un territorio che nasconde una delle più grandi riserve di petrolio al mondo

Le proteste, i cadaveri ammucchiati negli obitori, intere famiglie distrutte solo per una richiesta: libertà: questo è ciò che sta vivendo l’Iran in queste settimane. Ma quanto sappiamo di quel paese stupendo a metà tra la cultura greca e asiatica? Quanto conosciamo a fondo la loro storia e il popolo che vi abita?
Sarebbe impensabile riuscire a sintetizzare una storia così lunga in poche parole e anche offensivo nei confronti di un popolo che ancora oggi è ancora vittima della mancanza di libertà e che vive nella cultura del sospetto, dove delatori e falsi testimoni possono far condannare un innocente a morte o alle celle del carcere di Evin.
Dunque, il nostro racconto sull’Iran inizierà dal 1951: al tempo l’Iran era un impero con a capo Mohammad Reza Pahlavi, figlio di Reza Pahlavi il Grande, primo scià di Persia. Due anni prima, a causa dell’instabilità del potere esecutivo, l’imperatore Mohammad Reza Pahlavi, interruppe il suo ruolo marginale nella politica dello stato, proponendo una riforma costituzionale che avrebbe favorito il suo interventismo.

Dopo anni di crisi governative, nel 1951 Mohammad Mossadeq fu nominato primo ministro, a seguito dell’assassinio del suo predecessore, e fece approvare la nazionalizzazione dell’industria petrolifera britannica Anglo-Iranian Oli Company, con il consenso unanime del parlamento.
Il Regno Unito, detentore dei “diritti” di estrazione fin dagli anni Trenta, grazie al consenso dello scià Reza Pahlavi, la cui ascesa al trono era stata proprio favorita dalla corona britannica, reagì congelando i capitali iraniani, depositati presso le proprie banche portando Mossadeq a una serie di riforme, quali il taglio dei costi della corona, la diminuzione delle spese militari e una riforma agraria volta alla redistribuzione dei raccolti.
A causa della crisi economica, scatenata dalle ritorsioni britanniche, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati e, soprattutto, perse il sostegno del clero sciita, guidato dall’Ayatollah Kashani.

La debolezza politica e la crisi petrolifera, che creò immensi problemi economici, favorino l’organizzazione di un golpe, organizzato dai servizi segreti anglo-americani con il nome Operazione Ajax (agosto 1953). L’intervento “esterno” provocò la caduta del legittimo governo di Mossadeq, sostituito da un premier amico, Fazlollah Zahedi, che represse le opposizioni allo scià, mandato temporaneamente in esilio da Mossadeq.
Il “sostegno” americano, però, come spesso accadde, non sortì buoni risultati: l’Iran perse il controllo sulla metà dei proventi delle estrazioni petrolifere e aderì al Patto di Baghdad (1955) che prevedeva un’alleanza antisovietica, ma, soprattutto, una crescente ingerenza a stelle e strisce sulla propria indipendenza e sovranità.
La crisi petrolifera, il governo a “sovranità limitata” e la mancanza di una leadership forte e indipendente portarono a una progressiva radicalizzazione del paese: a nulla servirono le riforme della cosiddetta Rivoluzione bianca (1961), volte alla modernizzazione socioeconomica.
La principale riforma fu quella agraria, ma le continue politiche filo-occidentali e liberali portarono al malcontento tra il clero e la popolazione, che iniziò proteste di massa a sostegno dell’Ayatollah Khomeini, che stava assumendo sempre più consenso.
I servizi segreti iniziarono ad attuare modalità sempre più repressive con torture e arresti (a riprova del fatto che la storia insegna a non vedere i “cattivi” solo da una parte): intanto varie tensioni con l’Iraq iniziarono a portare sempre più problemi sul tavolo dello scià e del governo amico dell’Occidente (la controversia si concluderà solo nel 1975 con la firma degli accordi di Algeri).

L’Iran non aderì all’embargo petrolifero contro l’Occidente e Israele a seguito della guerra del Kippur, ma aumentò i prezzi del greggio, presentandosi a Europa e Stati Uniti come venditore privilegiato e unico.
La debolezza del governo e dello scià, il malcontento per una colonizzazione de facto, utile agli USA per i propri interessi, la disarmonia con il clero sciita portarono la situazione a deflagrare con le prime grandi manifestazioni che iniziarono nel gennaio 1978 e che, l’anno successivo, portarono lo scià ad abbandonare il paese.
Nel febbraio dello stesso anno Khomeini fu accolto in patria come un eroe e, di lì a poco, fu proclamata la repubblica islamica, a seguito di un referendum: nel dicembre 1979 fu approvata una Costituzione teocratica.

Khomeini diventò custode giurista della Costituzione e leader supremo, affiancato dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione per l’approvazione e il mantenimento delle linee guide sulla carta.
Dal 1979 a oggi l’Iran, che ha subito una guerra disastrosa contro l’Iraq, anche a causa delle armi chimiche, è sempre stato dipinto come un “paese pericoloso” (non ha mai aggredito per primo nessuno stato sovrano): è sicuramente uno stato autocratico, ove non è rispettata la libertà, uno stato che “fa gola” a tanti per le sue risorse del sottosuolo, uno stato complesso come tutti gli altri e, come tale, non andrebbe etichettato.
Il miglior sostegno alla democraticizzazione, che tutti invochiamo, dovrebbe proprio essere un sostegno al popolo che protesta, lasciando ai manifestati la libertà di autodeterminarsi senza un’imposizione altrui che farebbe suonare la medesima sinfonia (forse solo più ipocrita) a burattini che curerebbero solo l’interesse di chi li ha messi lì e non del loro stesso popolo.
Riccardo Bassi



