Nel solo 2024 sono state 155mila partenze verso l’estero. E l’emigrazione verso altri paesi è, in molti casi, solo il passo successivo alle migrazioni interne, dalle aree rurali a quelle urbane. La Fondazione Migrantes dipinge il quadro di una mobilità legata alle fragilità strutturali del paese ma anche a desideri di progettualità personale

La fondazione Migrantes ha pubblicato il suo annuale rapporto relativo agli Italiani nel mondo. Essendo questa la ventesima edizione, ci permette non solo di delineare un quadro della situazione attuale, ma anche di confrontarla con gli anni passati e di notare le costanti trasformazioni avvenute nel corso del tempo.
I nostri connazionali all’estero iscritti all’Aire, l’Anagrafe Italiani Residenti all’Estero, sono più di 6 milioni (6.412.752), più del 10% della popolazione italiana. Una cifra nettamente superiore agli abitanti di molte regioni italiane: ecco perché si potrebbe legittimamente parlare di una ventunesima regione, “l’Italia fuori dall’Italia”.
Analizzando in particolare i soli ultimi vent’anni, in un periodo di tempo compreso tra il 2006 e il 2024, più di un milione e mezzo di persone (1.644.271) si è recato a vivere all’estero. La crisi finanziaria del 2008 ha contribuito molto ad aumentare le partenze, fino ad arrivare al numero di 155.732 nel 2024.
Con cifre di questo tipo bisogna considerare la mobilità non come un aspetto qualsiasi, ma come un elemento strutturale e intrinseco della società italiana. Società che però soffre allo stesso tempo di un saldo migratorio negativo (-817.486 unità), essendo stati i rimpatri nello stesso lasso di tempo solo 826.785.
Attualmente la comunità italiana all’estero è dislocata per lo più in Europa (53,8% degli iscritti all’Aire) e in America (41%); a livello statale, le comunità più numerose sono quelle in Germania (990mila) e Argentina (849mila). Questi dati si riconfermano anche considerando gli espatri: dal 2006 al 2024 il 76% degli espatri ha avuto come luogo di destinazione un paese europeo. Capofila è il Regno Unito, con 289.000 espatriati; seguono Germania (248.000) e Svizzera (166.000). Tra le mete extraeuropee sono da segnalare gli Stati Uniti (83.000) e il Brasile (80.000).
Considerando il fenomeno dall’Italia, il rapporto annota che l’emigrazione è geograficamente sbilanciata a sfavore del Mezzogiorno: 844mila italiani all’estero sono provenienti dalla sola Sicilia, che è la regione più penalizzata. In ogni regione poi ne risentono pure, in un’altra ottica, le zone rurali e montane.
In molti casi l’espatrio verso paesi stranieri è solo la tappa successiva ad una migrazione interna al nostro Paese: a questo proposito è emblematica l’espressione “ingiustizia spaziale”, utilizzata nel rapporto per descrivere una sempre più evidente frammentazione tra zone in grado di attrarre persone e aree che di conseguenza ne perdono.
Le ripercussioni sono drammatiche, perché ad uno spopolamento fisico corrisponde un impoverimento umano, con una popolazione sempre più anziana, una diminuzione costante dei servizi erogati e un più generale impoverimento sociale.
Il rapporto propone una chiave di lettura interessante ma anche stimolante, perché permette di affrontare l’argomento della mobilità senza che venga descritto ancora una volta solo come una “fuga dei cervelli”.
Pur descrivendo una realtà assodata, questa espressione (ormai divenuta troppo comune e retorica), focalizzandosi soltanto sull’idea dell’emigrazione come di uno strappo legato solamente a motivazioni di carriera, è piuttosto riduttiva e non aiuta ad avere un’immagine chiara del fenomeno: “L’Italia – si legge nel report – appare come un Paese da cui si deve ancora fuggire, ma che, allo stesso tempo, è in grado di formare eccellenze riconosciute a livello internazionale”.
Se si considera il periodo 2014-2024, si nota che solo 2 su 5 sono i giovani espatriati in possesso di una laurea. “Il grande bluff non è tra cervelli o braccia, ma nel non riconoscere che tutti sono talenti”: il rapporto ci invita dunque ad andare oltre le solite rappresentazioni, e a fare i conti con il fatto che non sono solo i giovani a partire, ma anche le donne (+115,9% in vent’anni secondo i dati dell’Aire) e le persone over 50, in un’ottica di ricongiungimento con familiari già partiti.
Dietro ogni partenza infatti si nasconde una storia di esclusione o di speranza. Le ragioni più diffuse sono facilmente immaginabili: mancanza di un lavoro stabile o di prospettive di carriera, scarsa valorizzazione del merito, aumento del costo della vita. Ma anziché parlare semplicemente di una “fuga”, andrebbe messo l’accento su una mobilità sempre più complessa, legata sia a fragilità strutturali del paese che “incoraggiano” all’emigrazione, ma anche ad un desiderio di scelta, riconoscimento e progettualità personale.
Mattia Moscatelli



