Domenica 12 ottobre – XXVIII del Tempo Ordinario
(2Re 5,14-17; 2Tm 2,8-13; Lc 17,11-19)
La guarigione dei dieci lebbrosi ci offre l’occasione di unire la riflessione sulla fede che già ci è stata proposta domenica scorsa con il ringraziamento al Signore per i tanti benefici ricevuti.
1. Gesù, abbi pietà di noi. Dieci lebbrosi supplicano Gesù per ottenere la guarigione. Tutti sono guariti, ma solo uno torna a “rendere gloria a Dio”.
Se la preghiera di richiesta lo aveva guarito nel corpo, la preghiera di ringraziamento lo guarisce nello spirito: Gesù apprezza il suo gesto e ricorda ai testimoni del fatto che il Vangelo non fa preferenze di persone, ma si apre a tutti gli uomini.
2. Nessuno all’infuori di questo straniero? Il rendere grazie deriva da un sentimento religioso profondo, perché è proprio di un’anima religiosa riconoscere il debito verso Dio creatore di tutto.
Quello che siamo e quanto possediamo, lo dobbiamo alla bontà di Dio, e in cambio di quanto ricevuto non possiamo dare nulla, siamo come il bambino che non paga o ricompensa i genitori che gli hanno dato la vita, il cibo, l’educazione, l’amore.
Il bambino però non ha il diritto di essere ingrato, deve avere un debito di riconoscenza verso i genitori e gli educatori, e anche se questo debito non sarà mai saldato, richiede almeno di essere riconosciuto, e riconosciuto con amore.
L’azione di grazie, che è il contrario dell’ingratitudine, nei confronti di Dio si può fare solo nell’amore e nell’adorazione, come diciamo nella liturgia: “Ti rendiamo grazie per la tua immensa gloria”, e come ci esorta a fare San Paolo: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti” (Fil 4,6).
3. La parola di Dio non è incatenata. La parola “rendimento di grazie” viene tradotta nella liturgia con la parola “Eucaristia”, la quale è il sacramento del corpo e del sangue del Signore. Gesù stesso rende grazie al momento di spezzare il pane (Lc 22,19) e al momento dare il calice del suo sangue (Mt 26,27; Mc 14,23).
La preghiera eucaristica di ogni messa inizia con un invito solenne a elevare i cuori verso il Signore per un ringraziamento totale: “Rendiamo grazie al Signore nostro Dio”, Grazie a Dio per tutto quanto ha fatto nella storia della salvezza, Grazie per il dono della sua presenza nel sacramento e nella Parola proclamata nella prima parte della Messa.
Questa Parola “non è incatenata”, e allorché sia seminata, presto o tardi produce frutto, così come il seme seminato non può fare altro che germogliare. La Parola di Dio non si riceve come la mente assimila un concetto per farne argomento di discussione, ma si accoglie come la terra accoglie il seme.
La Parola è seme che cerca la terra, ha in sé la forza di germogliare, il potere di creare una nuova vita. Mentre la parola umana deve essere comprovata dall’azione che segue, la Parola di Dio è creatrice di per se stessa.
† Alberto



