Come i girasoli ciechi, che hanno rinunciato a cercare il sole

La guerra civile spagnola torna ciclicamente ad essere spunto e sostanza di riflessione per la sua strategica importanza all’interno delle tragedie che hanno contrassegnato il novecento. Sicuramente si ricordano “Omaggio alla Catalogna” di George Orwell o “I grandi cimiteri sotto la luna” di Georges Bernanos o “Soldati di Salamina” di Javier Cercas o almeno “Cuore di ghiaccio” di Almudena Grandes tanto per citare.
Oggi si aggiunge “I girasoli ciechi” di Alberto Mendez già pubblicato da Guanda nel 2006 nella traduzione di Bruno Arpaia che viene riproposta (Edizioni Sellerio pagg. 280 euro 15). In Spagna il libro era uscito nel 2004, anno della morte del suo autore che per tutta la sua vita (era nato nel 1941) aveva lavorato nel mondo dell’editoria e che conobbe in patria, con quest’opera postuma, un largo successo.
Il suo schema è costituito dalla storia di quattro sconfitte, dal 1939 al 1942, con le quali si esplicitano atteggiamenti, comportamenti, riflessioni attraverso le quali riproporre nella cruda verità dei fatti la misura dell’indicibile.
Nella prima (“1939 o Se il cuore pensasse, smetterebbe di battere”) un capitano dell’esercito franchista alla vigilia della fine del conflitto decide di consegnarsi alla resistenza repubblicana dichiarando “io mi sono arreso”.
Nella seconda (“1940 o Manoscritto trovato nell’oblio”) un giovane poeta in fuga verso il Portogallo con la giovane compagna incinta affida quelle che sa saranno le sue ultime parole ad un diario delle ore finali.
Nella terza (“1941 o La lingua dei morti”) un maestro di violoncello comunista condannato al patibolo nel ricordare il figlio morto al colonnello da cui dipende la sua sorte trova una possibile risorsa di libertà per decidere di scegliere la verità.
Nella quarta e conclusiva (“1942 o I girasoli ciechi”) un intellettuale repubblicano vive chiuso in un armadio nell’appartamento, con moglie e figlio, perseguitato dalla continua improvvisa apparizione di un giovane diacono invaghitosi della donna provocando la tragedia.
Una rappresentazione limpidamente conclusa riporta all’attenzione del lettore la possibilità di confrontarsi apparentemente con una esemplare risultanza dell’arte di perdere. Non è così: l’autore si rende ben conto che uno dei valori della letteratura è il possibile raggiungimento interiore di un equilibrio che non consiste nella bellezza dello stile o comunque non soltanto ma procede attraverso la verità che per essere accettata e compresa fino in fondo ha bisogno di libertà ma anche di fantasia, di immaginazione e di speranza.
Tutto raggiunto anche grazie alla splendida resa della traduzione di quel Bruno Arpaia che su questi temi passando dagli stessi tempi e luoghi ci aveva fornito prove di assoluta eccellenza narrativa personale. Lo attendiamo presto con il massimo interesse.

Ariodante Roberto Petacco