Protagonisti in negativo di sempre più numerosi fatti di cronaca; un disagio che interroga sull’emergenza educativa e sul rapporto tra generazioni, tra figli soli e genitori assorbiti da un’organizzazione sociale che lascia sempre meno spazio alla presenza, all’ascolto, alla cura

C’è una domanda che inizia a farsi largo, non più sussurrata, tra genitori, insegnanti, educatori, psicologi, e chiunque abbia a che fare con giovani: ma come stanno crescendo davvero i nostri figli?
Dietro ai sorrisi delle foto sui social, alle attività extra-scolastiche sempre più ricche e ai progetti educativi dalle etichette moderne, si intravede spesso un disagio profondo, diffuso, silenzioso, salvo pronto a esplodere quando la cronaca visiva o le paginate dei giornali ci scagliano in faccia fatti tremendi compiuti da minorenni.
Nelle ultime settimane hanno destato scalpore le notizie della strage nella scuola di Graz, in Austria, ad opera di un ex studente dell’istituto, e della bidella accoltellata a morte in Francia da un quattordicenne. Ma dei giovani si parla molto anche relativamente ai disturbi dell’ansia, al bullismo, alle baby gang, alle dipendenze.
Cerchiamo di vedere il ‘cammino’ dei pochissimi bimbi che ancora vedono la luce in questo mondo dove il non far vedere la luce è diventato un diritto addirittura inserito in Costituzione, come in Francia.
Servono politiche familiari vere, tempo di qualità ma anche tempo “quantitativo”.
Meno ore di lavoro alienante, più spazi di comunità, più vicinanza reale tra le generazioni

Appena nati, i bambini sono “parcheggiati” – un termine brutale ma purtroppo efficace – negli asili nido. Non perché i genitori non li amino o non li vogliano con sé, ma perché non possono fare altrimenti. Il lavoro chiama, con un solo stipendio si muore di fame, le spese premono, il tempo è tiranno.
Poi si passa alla scuola dell’infanzia, e successivamente alla scuola primaria, spesso a tempo pieno. I bambini trascorrono gran parte della loro giornata fuori casa, immersi in contesti in cui, per quanto validi, mancano il calore, l’unicità e la specificità del legame genitoriale.
Quando arriva il tempo delle scuole medie, un’età delicatissima, in cui l’identità prende forma, “la pianta” è già stata impostata. I primi anni, quelli fondamentali per la costruzione emotiva, affettiva, relazionale del bambino, sono stati vissuti a tappe forzate, sempre un po’ di corsa, affidati a figure terze.
Dove erano i genitori, i primi educatori? Occupati, affaticati, spesso soli, divisi tra mille impegni e responsabilità. Non per cattiva volontà, ma perché vivono dentro un mondo che ha perso il senso della misura umana.
Le ore serali – le poche che restano da condividere – sono frenetiche: preparare la cena, sistemare casa, stirare, rispondere a messaggi di lavoro, organizzarsi per le attività del giorno dopo.

Si corre dal calcio alla danza, dalla musica alla scherma, in una continua rincorsa al “fare” più che all’ “essere”. In tutto questo, la relazione vera, quella fatta di sguardi, di parole gratuite, di noia condivisa, di giochi senza scopo, di tempo non misurato, rischia di sparire.
E così crescono ragazzi disorientati, ansiosi, iperstimolati eppure vuoti. Ragazzi pieni di cose, ma poveri di legami profondi. Connessi con il mondo intero ma, a volte, scollegati da sé stessi. Un giorno, questi ragazzi diventeranno genitori.
E molto probabilmente, se nulla cambia, replicheranno il modello che hanno vissuto: correranno anche loro, tra lavoro e incombenze, affidando, se ci saranno, i loro figli a qualcun altro.
Così si perpetua un ciclo che lascia sempre meno spazio alla presenza, all’ascolto, alla lentezza, alla cura. Nel frattempo, un altro fenomeno fa riflettere: l’amore che una volta si destinava ai figli oggi, in parte, si riversa sugli animali. Si coccolano i cani, li si veste, li si porta ovunque.
Non c’è nulla di male nell’amare un animale, ma colpisce che in molte famiglie ci sia più spazio, materiale e simbolico, per un cane che per un bambino. È un segnale culturale forte: forse, inconsciamente o volutamente, sentiamo che i bambini sono diventati troppo “difficili” da gestire, troppo impegnativi per un mondo che ha perso la sua misura umana. Cosa possiamo fare, allora? Serve una presa di coscienza collettiva.
Non basta accusare i genitori, che spesso fanno il possibile con ciò che hanno, ma è il sistema che va ripensato. Servono politiche familiari vere, tempo di qualità ma anche tempo “quantitativo”, meno ore di lavoro alienante, più spazi di comunità, più vicinanza reale tra le generazioni.
Serve restituire valore alla genitorialità, che non può essere ridotta a una funzione accessoria da incastrare tra una riunione e una commissione. Essere genitori è un mestiere delicato, profondo, faticoso, che ha bisogno di tempo, di silenzio, di ascolto. E i bambini hanno bisogno, più di ogni altra cosa, di sentirsi visti, riconosciuti, amati. Non solo “organizzati”.
O, chi ci sarà tornerà a chiedersi, tra vent’anni, perché i nostri giovani stanno così male. E sarà ormai una domanda tardiva, rivolta a piante che sono cresciute, sì, ma senza radici.
(Edamo Barbieri)



