A 1700 anni dal Concilio di Nicea per una Chiesa davvero sinodale

La Chiesa ha sempre preso le decisioni più importanti ascoltando i pareri dei suoi membri: inizialmente solo vescovi, poi anche presbiteri, diaconi, religiosi e religiose e, ultimamente, fedeli laici

L’imperatore Costantino fra i Padri del primo Concilio di Nicea (da Wikipedia)

Millesettecento anni or sono iniziava il Concilio di Nicea con cui la Chiesa del IV secolo, alle prese con differenti problemi, ma soprattutto con l’eresia ariana, si riuniva per discutere circa le verità della fede cristiana. Benché le celebrazioni siano forse un po’ sottotono, la produzione scientifica è notevole, ma questa non è la sede recensiva di contributi più o meno affidabili.
Non è nemmeno il caso di produrre un articolo commemorativo: ognuno di noi, nel 2025, è capace di trovare sintesi sicuramente migliori di questo articolo circa l’assise conciliare.
Lo scopo di questo articolo, allora, è guardare a Nicea per progettare il futuro della Chiesa, che sta vivendo un cambiamento d’epoca.
Si sa, i concili prendono decisioni e lasciano dietro di loro molti delusi tra piangenti turiferai del tempo che fu e ideologici propugnatori della damnatio memoriae: lo viviamo ancora con il Vaticano II, lo hanno vissuto, sicuramente in modalità differenti, i nostri fratelli cristiani del IV secolo.
Ma perché un concilio? Perché una riunione? Se l’antico adagio Chi fa da sé fa per tre è all’ordine del giorno, la Chiesa, fin dai primi momenti successivi alla Pentecoste, non ha mai voluto adeguarsi a decisioni monocratiche di un capo assoluto: certo, il papa esercita il munus petrinum con autorevolezza, ma, come ricordava Benedetto XVI, non è un sovrano assoluto o, si potrebbe aggiungere, un dittatore asservito al consenso del mondo o ad alcuni potentati.
La Chiesa ha sempre preso le decisioni più importanti ascoltando i pareri dei suoi membri: inizialmente solo vescovi, poi anche presbiteri, diaconi, religiosi e religiose e, ultimamente, fedeli laici.
Papa Francesco lo ha chiamato stile sinodale: come sempre, nulla di nuovo, ma un recupero della Chiesa delle origini, che, come ricordano gli Atti degli Apostoli, ha preso le decisioni più importanti collegialmente.
Si deve dire chiaramente: come spesso avviene, ci riempiamo la bocca di parole “nuove”, ma, appena ne vediamo i pericoli, torniamo indietro in una forma di gattopardismo militante. Abbiamo letto decine di articoli sulla necessità di uno stile sinodale, ma l’effettiva applicazione di questo stile ci fa paura: convocare una riunione non di tifosi significa poter incontrare pareri diversi, magari espressi anche con una verve accesa, che non siamo capaci di accogliere.

La condanna gli eretici ariani da parte del Concilio di Nicea

La Chiesa, però, è universale e, come tale, ha il dovere di ascoltare tutti. Ecco che cosa può dire ancora oggi il Concilio di Nicea: di fronte ai numerosi problemi che oggi si vivono (indifferenza religiosa, spopolamento delle aree interne, povertà economica e culturale, disagio giovanile, crisi delle vocazioni), la Chiesa deve ripartire dal dialogo e dal confronto per progettare il futuro con un linguaggio che sappia stare al passo con i tempi e annunciare il Vangelo di Cristo, che resta sempre valido e attuale.
Se da un lato il confronto è utile, dall’altro non si deve perdere di vista l’insegnamento di Cristo: infatti, spesso i cristiani sono presi da altro e dimenticano la dimensione comunitaria, riducendosi a volontari, quasi aderenti a una delle tante ong e associazioni che sono sorte negli ultimi anni.
Sia chiaro, l’azione caritativa della Chiesa è lodevole e sempre più fondamentale, ma il vedere le necessità dei fratelli è frutto della partecipazione comunitaria all’Eucaristia e della preghiera comune.
Qual è, sennò, la differenza tra un cristiano e un filantropo che assiste un povero? Che il primo porta la speranza di Cristo, che guarisce le ferite del povero e ridà a lui la dignità che le miopie del mondo hanno tolto. Nicea ci dice ancora oggi che la Chiesa, conservando la nobilis forma evangelica, ha necessità di trovare il linguaggio adatto, ma lo può trovare solo dal confronto e dal dialogo sinodale, veramente tale, e non solo sbandierato.
Lo ha ricordato domenica scorsa papa Leone XIV nell’omelia della presa di possesso della Cathedra Romana presso la Basilica di San Giovanni in Laterano: «La comunità delle origini ha affrontato la sfida dell’apertura al mondo pagano nell’annuncio del Vangelo. Non è stato un processo facile: ha richiesto tanta pazienza e ascolto reciproco; ciò è avvenuto anzitutto all’interno della comunità di Antiochia, dove i fratelli, dialogando – anche discutendo – sono arrivati a definire insieme la questione. Poi però Paolo e Barnaba sono saliti a Gerusalemme. Non hanno deciso per conto loro: hanno cercato la comunione con la Chiesa madre e vi si sono recati con umiltà. […] La comunione si costruisce prima di tutto “in ginocchio”, nella preghiera e in un continuo impegno di conversione. Solo in tale tensione, infatti, ciascuno può sentire in sé la voce dello Spirito che grida: “Abbà! Padre!” (Gal 4,6) e di conseguenza ascoltare e comprendere gli altri come fratelli».
Nicea non è un ricordo lontano, ma ci indica lo stile: ascolto reciproco, comunione, derivante dall’Eucaristia, apertura al mondo, che non significa secolarizzazione, affinché i cristiani possano portare a tutti la pace del Cristo Risorto, nostra speranza.

Riccardo Bassi
Vicedirettore dell’Ufficio Liturgia e Musica Sacra