Da Nicea la “tessera” della nostra fede
La condanna gli eretici ariani da parte del Concilio di Nicea

Ogni domenica e nelle solennità, durante la celebrazione dell’Eucaristia, rinnoviamo la Professione di fede con parole che, fin da bambini, riusciamo a imparare facilmente a memoria senza uno studio “da scrivania”: parole complesse, direbbe qualcuno, ma dense di significato.
Stabilito, almeno nella prima parte a Nicea (325), il simbolo fu poi integrato nel concilio di Costantinopoli (381) e, infine, recepito ufficialmente come Simbolo niceno-costantinopolitano solo nel 451 con il Concilio di Calcedonia.
A Nicea si ritrova una Chiesa ferita da una controversia sorta tra il Patriarca di Alessandria d’Egitto e un suo prete, Ario, che affermava che Gesù di Nazareth era una “creatura” come le altre, un Dio di secondo grado, una sorta di primus inter pares, ma negava del tutto la consustanzialità con Dio.
Quale la conseguenza? Solo un problema teologico? Solo una piccola questione per grandi sapienti? La controversia sorge a motivo del monoteismo giudaico: se Dio è uno solo, chi è Gesù Cristo? Se ci sono due dei, si contraddice la Sacra Scrittura che parla di un solo Dio. Se Cristo è logos di Dio e tale diventa solo quando viene emesso dal Padre, c’è stato un momento in cui non c’era? E se non è eterno, allora non è Dio.

L’imperatore Costantino fra i Padri del primo Concilio di Nicea (da Wikipedia)

Non solo domande semplici e lo stesso pensiero è complesso, ma le conseguenze sono significative. Se consideriamo Gesù di Nazareth solo un profeta, allora non può essere colui che ci mette in contatto con il Padre, ma solo un grande sapiente e un uomo retto.
Se lo consideriamo solo un grande profeta, allora come comportarsi di fronte allo stesso Gesù che disse all’apostolo Filippo chi ha visto me ha visto il Padre.
Se sradichiamo il Cristo dalla comunione con il Padre, che ci dona lo Spirito Santo, e non consideriamo lui stesso come Colui che ci mette in comunione con Dio, allora riduciamo il cristianesimo a una religione che ci invita solamente ad amare il prossimo e a prendersi cura della casa comune.
Se riconosciamo Gesù solamente come vero uomo e non vero Dio, perdiamo il fondamento perché non consideriamo più il suo svuotamento e il suo abbassarsi fino alla condizione di servo per redimerci con la morte e risurrezione.
Il Simbolo niceno-costantinopolitano, dunque, ribadisce che il Cristo è generato, non creato, della stessa sostanza del Padre: è Dio, come il Padre, in comunione con Lui e con lo Spirito Santo. È Lui che, pur essendo di natura divina, come dice San Paolo alla comunità di Filippi, svuotò se stesso e divenne servo di tutti: si umiliò fino alla morte da schiavo sul patibolo della Croce e, il giorno dopo il sabato, è risorto veramente ed apparve agli undici.
Questa è la nostra fede dice la liturgia: ebbene, se la fede è personale, la sua proclamazione deve avvenire secondo una formula che permetta di condividere la fede gli uni con gli altri “perché essa cementa la fraternità cristiana” (Franco Giulio Brambilla).

Riccardo Bassi