Domenica 2 marzo – VIII del Tempo Ordinario
(Sir 27,5-8; 1Cor 15,54-58; Lc 6,39-45)
A conclusione del discorso sulle beatitudini San Luca aggiunge due parabole, una sulla correzione fraterna e una sui frutti dell’albero buono.
1. Perché guardi la pagliuzza nell’occhio del fratello? La vita di ogni comunità, sociale, religiosa o politica che sia, ci rende solidali gli uni con gli altri. Portiamo con gioia gli onori che troviamo e arrossiamo per le cose meno buone che purtroppo riscontriamo. Questa solidarietà nel bene e nel male ci spinge a tendere verso il meglio e a eliminare i difetti.
Facciamo attenzione però che la società ideale esiste solo nei sogni e nei progetti di riforma; concretamente esistono persone con difficoltà che chiedono sì di essere aiutate, ma anche di essere comprese. Non possiamo pretendere dagli altri quella perfezione che neppure noi abbiamo mai avuto. Tra qualche domenica Gesù ci dirà: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra” (Gv 8,7).
2. Ogni albero si riconosce dal suo frutto. Nelle cerimonie gli uomini valgono quanto i loro vestiti e in politica le persone si contano a numero, ma nella vita concreta le persone si pesano. Non si tratta di giudicare qualcuno, perché solo Dio è giudice, ma la credibilità e l’autorevolezza di una persona si vedono dalle sue azioni.
I veri protagonisti sono autorevoli per il loro esempio; ispirano fiducia e attraggono con il loro stile di vita, non sono contagiati dal vizio del protagonismo, ma riconoscono i propri limiti e si mettono in discussione.
3. La parola rivela i pensieri del cuore. Come il frutto rivela la qualità dell’albero, così la parola esprime quello che ciascuno ha dentro il cuore. Lo diceva il Siracide, e lo ripete Gesù: “La bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”.
Tra le capacità dell’uomo, quella di esprimere i propri sentimenti è tra le più sublimi, è una qualità che l’uomo possiede a differenza di tutti gli esseri viventi. La parola esprime contenuti, e il tono di voce con il quale viene pronunziata esprime ira, affetto, persuasione, vicinanza.
Il bambino che piange si addormenta alla voce della mamma, anche se non comprende le parole. Ma prima del parlare, c’è il silenzio, che è eloquente quanto la parola. Dice uno dei padri del deserto: “S’egli non trae profitto dal mio silenzio, non lo trarrà nemmeno dal mio parlare” (PL LXV, 197). Il silenzio non è mutismo, è saper ascoltare, ponderare le situazioni e pesare le parole prima di farle uscire.
Alla fine dei Promessi Sposi Renzo “s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle” (Prom. Sp. 38).
Oggi con i mezzi di comunicazione disponibili siamo sommersi dalle parole di predicatori, di politici, di ben pensanti, di riformatori, di opinionisti, ecc. Ma chi parla, sa.
† Alberto



